Lo show di Corona in televisione: "Cambio vita, farò il politico"

Il fotografo racconta la sua verità sui presunti ricatti a calciatori, vip e starlette a Matrix. "La mia vicenda è stata montata ad arte, la magistratura deve pagare"

Roma - Irrompe sugli schermi di Matrix in formato vetrina-di-gioielleria: orecchino ad anello minuto sul lobo destro, cinque anelloni d’oro sulle falangi, tre sulla destra, due sulla sinistra, orologione di marca da mezzo chilo al polso. E poi vestito gessato scuro con camicia chiara, cravatta viola, coda di cavallo raccolta dietro la nuca: un po’ Fiorello prima maniera, un po’ personaggio saltato fuori da un film di Martin Scorsese, quelli tutti donne, banconote e pistole.
Insomma, dopo la prima volta di Stefano Ricucci, Enrico Mentana si aggiudica anche il vero esordio catodico del «fotografo» che «fotografo» in realtà non è, e se glielo dici si arrabbia pure: «Mentana! Io non ho scattato una sola fotografia in vita mia, mi spiega perchè i giornalisti continuano a chiamarmi così?». Dice il conduttore del programma che Corona gli pare «caricato a molla», ed infatti è così. È andato in onda per ribaltare tutte le accuse, è convinto di poter mettere lui sul banco degli accusati i magistrati che lo hanno inquisito: «Tutto il processo contro di me è stato montato ad arte a scopo pubblicitario!». E poi, ovviamente, centellina ad arte il rosario delle «sue» verità su calciatori, servizi ricomprati, stelle, stelline, vip, Lapo Elkann e Flavia Vento, Coco e Gilardino, i rapporti con i media, con Chi, con Gente, persino con la trasmissione che lo ospita, senza che lui abbia nessuna reverenza: «Si ricorda Mentana? L’intervista a Patrizia la trattammo con voi, con Vespa....». Tanto per mettere i puntini sulle «i», tanto per chiarire che lui è all’attacco e non guarda in faccia a nessuno. Corona è collegato da Milano, dove si trova ancora confinato per un provvedimento restrittivo: il suo primo piano domina gli schermoni dello studio del Palatino. E lui da lì grida, alza la mano per chiedere la parola, interrompe, giudica, consulta quaderni di appunti, verbali, attacca. Osserva sconfortato uno dei due anfitrioni, il vicedirettore de La Stampa Massimo Gramellini: «Da condannato preventivo per avviso di garanzia, Corona si è tramutato in accusatore. Questo mi pare francamente troppo». Troppo? Non era ancora accaduto nulla. Perchè il vero clou della puntata era il dialogo con il terzo ospite della puntata, uno scoppiettante Antonio Di Pietro, sorprendentemente camaleontico, mutevole di minuto in minuto. Esordisce da ministro, dopo pochi minuti parla piuttosto per la sua esperienza da ex pm, alla fine inizia una sorta di dialogo pedagogico e surreale con Corona, che pare la sceneggiatura di un film di Billy Wilder (un film surreale, però). A tratti sembra che Di Pietro vorrebbe assolvere per «insufficienza di prove» il giovane apprendista stregone della comunicazione, dice che ha «Nostalgia per le vecchie inchieste sui temi seri e non su velette e veline», poi si fa quasi paternalista, arriva persino a dare consigli quando Corna urla: «Di Pietro, io sarò assolto! Sono una vittima dello Stato!». Persino l’ex pm si spazientisce e tira fuori un colpo di reni: «Senta Corona, se lei è innocente, io sono femmina!».
Però ci sono anche momenti di autentico brivido, quando l’agente dei paparazzi spiega tutto il delicato meccanismo di affari intorno all’intervista di Flavia Vento sulla sua relazione con Francesco Totti. La soubrette mostra a Corona gli sms che il calciatore le ha mandato, questi sms vengono usati come garanzia di credibilità per «vendere» l’intervista a Gente per la modica cifra di 50mila euro. Poi qualcuno («Un grande dirigente della televisione di cui non faccio il nome») si offre di ricomprare il servizio. Corona dice che lui ci sta, il direttore a parole pure, ma poi va a finire che l’intervista in pagina ci arriva comunque perchè, come chiosa oxfordianamente il giovane imprenditore delle paparazzate, «Il direttore di Gente mi prende per culo».
Questo antefatto offre l’occasione per una perla di Corona-pensiero. Di Pietro, visibilmente schifato chiede: «E la Vento? Alla Vento quanto davano per tutto questo?». Corona, come se spiegasse il dettaglio di una transazione: «La Vento non prendeva una lira». Di Pietro, ancora più stupito: «Non prendeva nulla e faceva tutto questo casino?». Corona: «Ci guadagnava in pubblicità per se stessa». Il ministro: «Ma guarda tu...». E Corona: «Dottor Di Pietro, Mentana! Guardate che l’italia funziona cosìììì!!». Il ragazzo non nasconde ambizioni di rivalsa: «La magistratura deve pagaaare! Pagare per quello che ho subito!». Di Pietro: «Lasci perdere!». Gramellini: «Le auguro di diventare presto disoccupato e di trovarsi un altro lavoro, migliore di quello che fa ora». E Corona: «Sì, il politico!».
E il mistero di Lapo? «Fu la Fiat a chiamarmi, con un suo uomo, e non il contrario, e cioè io che chiamai la Fiat». E Totti? Corona non esita a metterlo nei guai: «Sapeva dei soldi offerti per il ritiro del servizio». Ed anche qui nuove perle di filosofia coroniana: «Molti dei miei amici e dei vip interrogati hanno giurato il falso, perchè si trovavano di fronte ad una alternativa molto chiara: «O dicevano la verità, e venivano sputtanati... Oppure mentivano e salvavano le famiglie e i loro rapporti. So che può non piacere ma è così». E il suo testamento morale è quasi un ruggito di orgoglio: «Chi mi ha inquisito, ed anche lei, Mentana, avete contribuito a far diventare ricchi me e la Gregoraci!». In mezzo a tante professioni di «innocenza», questo sì che sarebbe un crimine.