Lo show di Curcio finisce in rissa

L’ex terrorista: «Mi hanno definito un cattivo maestro, ma in realtà sono stato solo sovradimensionato dai mass media»

nostro inviato a Lecce

All’Università del Salento per imbarazzo l’hanno fatto entrare da un ingresso secondario. Bisognava evitare che Renato Curcio passasse davanti all’aula magna dedicata ad Aldo Moro prima di entrare appena poco più in là, sempre al primo piano, nella sala Ferrari gremita di 150 tra studenti, anarchici attempati ed ex galeotti o «compagni detenuti». Tutti intrattenuti per tre ore sulla Polis vista da Curcio, sul pianeta carcere analizzato dall’ormai sessantacinquenne fondatore delle Brigate Rosse. Del movimento che firmò appunto la strage di via Fani e l’esecuzione dello statista democristiano Moro. Ma Curcio dopo 28 anni di carcere, ora libero non si scompone: «L’aula a Moro? - riflette - non mi provoca un motto né di polemica né di rancore. Il terrorismo ha coinvolto 5mila persone, ha avuto molte persone uccise, Moro da un lato e altre vittime dall’altra. Bisogna capire perché ci sono state, indurci a una pacata riflessione sulle dinamiche sociali che l’hanno generato».
Insomma, nessuna parola di condanna. Nemmeno per gli omicidi più recenti, Marco Biagi e Massimo D’Antona, nemmeno per le follie dell’ultima generazione assassina, quella di Nadia Desdemona Lioce: «Non esprimo giudizi sui personaggi della lotta armata. Quello che accadde dopo lo scioglimento delle Br non ha più continuità con le nostre azioni». E allora perché non prendere le distanze? «Vengo da una famiglia valdese - spiega - l’abiura non è un modo serio per affrontare le questioni e i valdesi l’hanno pagata con diverse gole tagliate». E si fa piccolo piccolo: «Cattivo maestro io? Non so se sono un maestro, nemmeno se sono buono o cattivo. Sono un’immagine sovradimensionata di una realtà più modesta. Altri mi hanno costruito come simbolo di un movimento più grande di me. Ero una piccola parte». Di chi è stata la colpa? Manco a dirlo, dei media.
Le fratture non si ricompongono. Non si volta pagina. Anzi, le tensioni si alimentano. Come le polemiche per l’arrivo di Curcio per presentare una ricerca sui carceri speciali. Una conferenza caldeggiata dal docente di sociologia delle religioni Piero Fumarola, consigliere d’amministrazione della cooperativa editoriale «Sensibili alle foglie» che vede Curcio direttore e che pubblica anche i testi di Fumarola. Come le critiche piovute sul rettore Oronzo Limone che ha aperto le porte all’ex brigatista: «Non c’è alcunché di cui vergognarsi in nome della libertà di espressione».
Sarà. Sino ai momenti di tensione appena Curcio prende il microfono. Un gruppo di studenti di Azione Giovani è entrato in aula con i tricolori. Protesta senza simboli contro la presenza del «cattivo maestro» nella loro Università. Spintoni, coretti, hanno ricevuto qualche sputo, a un giovane viene strappata la bandiera fino all’intervento della Digos. Così ieri in aula sembrava di tornare indietro di trent’anni. A sociologia dell’Università di Trento con Mara Cagol che dalle Acli traghettava alla lotta armata. Curcio che arringa. Ventun applausi. Condanna il carcere: «Non ha mai rieducato nessuno, con i detenuti gestiti secondo logiche da smaltimento differenziato dei rifiuti».
Ricorda momenti epici come nel 1978 «Quando i detenuti non vollero il carcere dell’Asinara e quindi lo buttiamo giù: chi fabbro chi muratore, dopo due giorni di rivolta era inagibile. Fu una mossa senza vittime, innocua che ebbe una risposta istituzionale abile e sottile: separare i detenuti politici dai non politici». A Trani va peggio: «È un carcere più moderno, non riescono a distruggerlo». Pazienza. Sino ai casi di tortura con e imprecisate «tecniche sui piedi». Processi? Pazienza. accontentiamoci dell’unico condannato a Venezia che Curcio indica a esempio di una polizia aguzzina, di uno Stato infame e di un carcere che si trasforma in «istituzione infida» con l’arrivo dei pluripremiati pentiti. Bisogna poi chiudere i centri di prima accoglienza. Ovvio. Ma l’idea più succosa, l’unica poi a dividere la platea, riguarda il carcere duro per i mafiosi. Curcio è contrario all’isolamento per tutti, Totò Riina compreso. Per lui sono tutti uguali. Tanto che «il 41 bis e la legge Gozzini hanno cambiato radicalmente il paradigma del diritto occidentale».
Quando qualcuno dal pubblico gli fa notare che su quelle leggi si battevano magistrati come Giovanni Falcone, Curcio svicola: «Ognuno ha le sue idee e le sue opinioni io vorrei una società in cui non ci sia più il carcere per nessuno ma è un’utopia». Insomma, la Polis secondo Curcio è per ora rinviata. Sine die.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it