Lo show di Racz in tv: «Volevo fare il monaco»

RomaIeri mostro, oggi santo. Karol Racz, il romeno che ha passato 35 giorni in carcere come presunto stupratore di una quindicenne nel parco romano della Caffarella, ha lasciato la cella di Regina Coeli per passare agli studi Rai di via Teulada. Ospite di Bruno Vespa nella puntata di Porta a Porta di ieri sera, il 36enne romeno scagionato dalla prova del Dna si è seduto sulla sua poltrona bianca, quasi aggrappato ai braccioli, quasi immobile per tutta la sera.
Sguardo fisso, sereno, ma leggermente inespressivo, spaesato, Racz rispondendo alle domande di Vespa non si è limitato a raccontare la sua disavventura giudiziaria, ma ha ricostruito la sua intera vita. Così «faccia da pugile» diventa il protagonista di una storia da libro Cuore. Ultimo di sette figli, spiega di essere stato spedito in orfanotrofio a cinque mesi e di esserci rimasto fino a 18 anni. Da allora, dice, ha sempre lavorato onestamente come panettiere e pasticciere. «Il mio sogno da bambino era quello di diventare monaco ortodosso e dopo i 18 anni sono stato in un monastero per quattro anni», ha aggiunto.
Spalanca la bocca e si stringe nelle spalle quando gli viene chiesto perché il suo amico e connazionale Alexandru Isztoika Loyos, «il biondino», dopo l’arresto l’abbia chiamato in causa raccontando fin nei dettagli quella violenza e dicendo di averla commessa assieme a lui, in una confessione che le analisi hanno poi sbugiardato. «Non lo so e non me lo spiego, l’ho sempre aiutato anche economicamente», sospira. «E non fuggito, ero andato a Livorno per cercare lavoro». Dice inoltre di non conoscere i due romeni arrestati, Alexandru Jonut e Gavrila Oltean. Precedenti? Non ne ha, giura. «Sono stato solo multato perché ero nel treno senza biglietto, molti anni fa». Ma intanto un’agenzia batte la notizia che Racz sarebbe stato condannato quattro volte per furto tra il 1997 e il 2005, scontando un bel po’ di anni di carcere in Romania. Vespa gliene chiede conto. Per lui risponde il suo legale, Lorenzo la Marca, che si dice sorpreso che la fedina penale del romeno, finora candida, finisca sporcata solo dopo la sua scarcerazione. Poi ipotizza, su suggerimento di Racz, che si tratti di un equivoco «forse un’omonimia, uno dei suoi fratelli è stato in carcere».
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno «prende atto» dell’innocenza di Racz, ma rimarca che è ancora da risolvere il giallo della confessione. Ma il protagonista della serata è lui, Karol e su di lui stringe la telecamera quando Vespa gli chiede come si guadagnasse da vivere in Italia. Racz parlando all’interprete ricorda di essere arrivato nel 2007 a Livorno, e di aver lavorato nel campo nomadi dove abitava come «badante, accompagnatore dei figli dei rom slavi».
Da un mestiere inventato all’altro, Racz ricorda quando nell’estate 2008 è arrivato a Roma. «Qui cosa faceva?», domanda Vespa. «Recuperavo metalli, rame da rivendere». E «no - aggiunge - non sospettavo che potesse essere illegale». Qui in tv si completa il ribaltamento del volo mediatico del romeno. Livia Turco lo ringrazia «per la sua toccante testimonianza». Vespa coglie il picco emotivo e gli cerca un lavoro. Racconta che prima di andare in onda, davanti al buffet, Racz indicando le pizzette ha detto: «Io le so fare quelle». Insomma «se ci ascolta un panificio...», chiosa Vespa, valuti di offrire un posto a Racz. Che da parte sua sogna «di avere una sua casa e se Dio vorrà trovare una moglie e mettere su famiglia». Toni buonisti anche per il commiato di Vespa: «Speriamo di vincere questa scommessa e poter dimostrare di saper riconoscere gli errori e d’essere severi con chi è davvero colpevole».