Show di "Repubblica" contro De Benedetti all’assise della Quercia

Lo scontro tra i giornalisti e l'ingegnere. I redattori in sciopero leggeranno un comunicato. L’editore smentisce le voci: "Non vendo il giornale"

Roma - Solo a riassumere la storia in punti di sceneggiatura, sembra l’intreccio di un film tragicomico. 1) Nel giorno in cui si celebra il congresso di nascita del Partito democratico, il giornale di riferimento di quel partito non è in edicola. 2) I giornalisti contestano all’editore - democratico - di quel giornale, di comportarsi in modo assai poco democratico con i suoi dipendenti (ad esempio senza sostituirli se sono in malattia). 3) i giornalisti del giornale democratico, edito dall’editore che ambisce alla tessera numero uno del Partito democratico, oggi saliranno sul palco del futuro Partito democratico, per leggere un comunicato contro l’editore democratico.
Adesso aggiungete che la testata in questione è La Repubblica, che il giornale non uscirà in tutto per sette lunghissimi giorni, e che di conseguenza questo sciopero - ormai è pressoché sicuro - oscurerà anche il congresso della Margherita. Prendete poi atto che le trattative fra l’azienda e il comitato di redazione sono ancora interrotte, e avrete il quadro completo della piccola grande Waterloo dell’ingegner Carlo De Benedetti alla vigilia di quello che sarebbe dovuto essere un suo giorno di gloria. Certo, quello del quotidiano di largo Fochetti è un inspiegabile paradosso: perché gli amministratori del giornale stringono i cordoni della borsa proprio quando potrebbe celebrare i successi del quotidiano, portano la redazione allo sciopero proprio quando La Repubblica sorpassa il Corriere della sera (mettendo così in discussione il primato), negano il sostegno alla colletta per le vittime delle famiglie implicate nel sequestro Mastrogiacomo, e alimentano con questo comportamento una serie di voci incontrollate. La prima: Carlo De Benedetti sarebbe in conflitto con la coppia di comando formata dal figlio Rodolfo e dall’amministratore Marco Benedetto. I due, per diversi motivi, sarebbero convergenti e solidali sull’idea di una linea dura. Rodolfo, che ha risciacquato in America le sue esperienze di manager sarebbe un convinto fautore della necessità di tagliare costi e ridurre spese nel periodo di espansione, come insegnano i guru d’oltreoceano. E Benedetto, da buon ex giornalista passato dall’altra parte della barricata, non lesinerebbe i motivi della sua profonda sfiducia nei confronti della categoria. Da qui, alcune delle scelte più impopolari tipo quelle sull’organico, o sulle note spese, che adesso - dicono a largo Fochetti - vengono passate ai raggi X, facendo scontare ai giornalisti «una sorta di presunzione» di colpevolezza. Tutto questo basta a spiegare un simile intreccio? No. E quindi è evidente che la forza del Cdr, aumentata enormemente dopo la battaglia (vinta a mani basse) contro la detrazione delle giornate di sciopero dalla tredicesima (primo terrificante passo falso della coppia) è uno dei fattori decisivi che hanno portato a un muro contro muro in cui nessuno dei due contender intende mollare.
L’ultimo schizzo di velenoso retroscena, però è la voce che tutta questa inspiegabile terapia dimagrante, nasconda un progetto di vendita a medio termine. Voce tanto incredibile quanto inspiegabile, e smentita da De Benedetti («fantasie pure»), se a dargli corpo non fosse stato un redattore rispettato come Mauro Piccoli, che si è chiesto pubblicamente in assemblea: «Mi chiedo se sia giusto tenere così a stecchetto la redazione. O se dobbiamo ritenere vero quello che si sussurra nei corridoi, e cioè che c’è un contrasto nella famiglia De Benedetti, dove c’è chi il giornale lo vuole vendere?». Sussurri e grida, verità e veleni: sta di fatto che è in virtù di questi che l’unico prodotto vincente della sinistra, a Firenze, non ci sarà.