Lo show toglie i grassi dalla «anormalità»

I ciccioni sono una minoranza che non ha potere sociale

Al mondo, lo si è letto dappertutto, il numero degli obesi ha superato quello dei denutriti. Non che esistano meno denutriti di prima, non che gli affamati siano pochi. È che i ciccioni sono cresciuti a dismisura, specialmente nei Paesi anglosassoni.
L'obesità, alla quale tende naturalmente una gran parte dell'umanità (tendeva anche prima, solo che c'era meno da mangiare), è figlia di una società che vuole innanzitutto vendere: dai cibi ipercalorici alle diete. Anzi: più schifezze riesce a vendere, più riuscirà a piazzare le sue diete. Non c'è ipocrisia in questo, non c'è contraddizione. Come il cacio (ipocalorico) sui maccheroni (dietetici), arriva allora The Biggest Loser, il nuovo reality nel quale un gruppo di persone oltre la soglia dell'obesità s'impegna a perdere libbre: chi alla fine avrà realizzato la miglior performance conquisterà, oltre a qualche dollaro, il titolo di Biggest Loser.
L'obesità, spiegano gli esperti, dipende da un metabolismo che è rimasto all'età della pietra e che percepisce la perdita di peso come un segnale di allarme tale da costringere l'organismo a correre ai ripari. Non sempre grasso è stato un concetto negativo. «Si dice bello grasso» diceva mia nonna «non bello magro».
Si diceva, ma non si dice più. Un mio amico endocrinologo di fama sostiene che «grasso» conserva un'accezione positiva nell'area del Mediterraneo e in Africa. Non credo, però, che i figli di questa gente mediterranea e africana la pensino più così. Nel mondo che chiamiamo civile, «grasso» significa non solo «brutto» ma anche e soprattutto «povero» e, non di rado, «minorato». L'idea, magari inconfessata, è che un obeso non sia più nemmeno un uomo.
Nella prima puntata del reality la buona volontà degli autori si mette all'opera. Innanzitutto, i ciccioni scelti sono ciccioni belli, alcune donne sono sexy e non hanno l'aria di starci male, nei loro chili di troppo. Potremmo chiamarla la faccia bella del grasso. Gli obesi sono perlopiù dei malati. Questa qui è gente sana. Ciò nonostante, stanno male. Tutti. Qualcuno sta sicuramente male nel proprio corpo, ma anche chi non sta male nel corpo sta male da qualche altra parte. Nella società. Nel mondo che li ha lasciati andare al reality e che li aspetta di ritorno, e tra l'andata e il ritorno filma tutte le loro giornate.
I personaggi scelti sono consapevoli di essere visti. Oltre che belli, sono fotogenici e sanno recitare. Parlano con proprietà, esprimono tutti i loro sentimenti con ampi gesti del capo e delle mani, rovesciando gli occhi, mordendosi le labbra - insomma, l'America nella sua vulgata più vulgata: quella che sa sempre di essere vista, sa sempre che faccia fare e controlla la propria immagine. Un tentativo generoso, insomma, di reinserire l'obeso nella normalità - l'obeso è un uomo come tutti gli altri -, sfuggendo alla tentazione di sottolinearne il lato goffo e ridicolo e creando nello spettatore americano un meccanismo di identificazione che in realtà non è poi così inedito.
Ce lo dice l'atteggiamento della personal trainer di questi concorrenti: bella, aggressiva, in perfetta forma. Al primo incontro, evita di guardare i suoi nuovi alunni. Poi familiarizza, ma il primo moto di schifo non mi sfugge. La ragione è semplice: a lei fa orrore l'obesa che ha dentro di sé. Il fitness estremo non è infatti che una nuova forma evoluta di obesità, che con quella vecchia ha diversi punti in comune: la tendenza all'isolamento, la tendenza all'infarto. Per il resto, il reality somiglia a tanti altri. I tempi tv sono garantiti dalle diverse prove (pesantucce, pensate più per la tv che per il bene dei concorrenti), dalle confessioni dei singoli e, soprattutto, dal rituale della pesata finale, quando il numero delle libbre perse campeggia a pieno schermo.
In un mondo in cui le diverse minoranze fanno valere i propri diritti a suon di dollari, di avvocati e di potere, e dove nessuno chiede pietà a nessuno (vi sembra che gli sfilanti del «gay pride» chiedano di essere amati?), una minoranza fatta di gente povera non ha molte speranze. A meno che non diventino tanti. Una forza politica. Una forza elettorale. Una fetta di opinione pubblica.
Allora è urgente trovare un gruppo di obesi belli, intelligenti e telegenici che rappresentino davanti al mondo questa razza sofferente, vittima al tempo stesso di un metabolismo preistorico, di un mondo che vuole vendere tutto (e i prodotti alimentari sono i meno costosi) e di una triste disabitudine alla rinuncia.