Si allarga il fronte contro la missione a Kabul

Il verde Bulgarelli: «È vero, siamo tutti ribelli e inaffidabili»

Luca Telese

da Roma

In fondo la sintesi è semplice: bastano seicento persone e tre telefonate per mandare la sinistra in tilt. Seicento sono tante, perché immaginatevi una riunione politica, a Roma, il 15 luglio, con un caldo africano. E tre telefonate, perché una arriva dall’Afghanistan e dall’altra parte della cornetta c’è un signore che si chiama Gino Strada, l’altra arriva da Genova, e a parlare è un signore che sia chiama Beppe Grillo, l’ultima arriva da Napoli, e a tirare giù il teatro per gli applausi è un prete ribelle come don Alex Zanotelli. L’assemblea era ufficialmente promossa dal comitato di parlamentari «autoconvocati», senza partiti, anzi: soprattutto contro i parti della sinistra ufficiale. Non più solo Ds e Margherita, ma anche Rifondazione, Pdci e Verdi, a cui questa ventata di movimento estivo, pacato ma furente chiede solo una cosa: «votare contro il decreto legge sulla missione in Afghanistan, «Senza se e senza ma».
Al microfono e in tribuna, ovviamente, c’era un nutrito drappello di parlamentari: gli uomini delle due minoranze di Rifondazione, da Salvatore Cannavò a Gigi Malabarba (della sinistra), a Claudio Grassi (della cosiddetta «destra»), da Loredana De Petris, Giampaolo Silvestri e Daniele Bulgarelli (Verdi) a Franca Rame (Italia dei valori) e Dario Fo, a leader dei Disobbedienti come Luca Casarini, ma anche un ex ministro dei Ds come Cesare Salvi. Un ventaglio di posizioni molto diverse, certo, ma che si ritrovavano tutti sotto il cartello del no alla piattaforma proposta dal governo.
Le parole più infuocate, però, sono state sicuramente quelle di Gino Strada, che - pur senza citarle esplicitamente, ha censurato le sinistre radicali che per «ragion di Stato» si preparano a votare a favore del decreto legge sulle missioni afghane: «Essere contro la guerra - ha proseguito il fondatore di Emergency - non è di destra né di sinistra». E ancora: «Bisogna abolire la guerra come si fece con la schiavitù; cacciarla dalla storia degli uomini prima che lei li cacci dalla storia». E poi, durissimo contro i dirigenti dell’Unione: «Per molti in Italia, essere pacifisti significa fare compromessi che ammettono la guerra. Allora, oggi, non chiamiamoli più pacifisti! Perché non si può essere pacifisti a giorni alterni, non esistono alchimie dialettiche, nessuna guerra è giustificabile o negoziabile». Poi, fra gli applausi, l’ultima benedizione ai ribelli: «Per fortuna questa manifestazione dimostra che c’è ancora qualche parlamentare che ha a cuore la Costituzione!». Boato. Lo stesso che aveva accompagnato le parole di Grillo, quando il comico genovese aveva fatto cadere la mannaia del suo sarcasmo sul concetto di guerra umanitaria: «Il governo ci ha mandato lì per marketing, mettendo davanti la parola pace. Così ci sono stati e ci saranno morti in nome del marketing. Si parla tanto di memoria - ha concluso Beppe Grillo - ma ogni tanto bisognerebbe dimenticare per perdonare, anche per dare un esempio ai giovani». E ci sono applausi anche per Salvi quando aggiunge: «L’articolo 11 della nostra Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra, sempre. Non che la ripudia solo se non lo vogliono la Nato e l’Onu!».
Ed è altrettanto applaudito un sindacalista della Cgil come Giorgio Cremaschi, leader carismatico dei metalmeccanici, e oppositore di Fausto Bertinotti all’ultimo congresso: «Dal 1991 a oggi non una delle guerre americane ha risolto i problemi di sicurezza del mondo. Questo vuol dire che il no alla guerra non è una posizione morale ma una posizione politica». La conclusione è del verde Bulgarelli: «Ci hanno detto che siamo ribelli, inaffidabili, irresponsabili. Ebbene sì, siamo ribelli!» (applauso). «E se la coerenza è stupidità, siamo anche stupidi». Dopo il bagno di folla, un po’ di conti: il plotone dei ribelli aumenta. Tutti i parlamentari pacifisti firmano un documento per chiedere il «via subito» da Irak e Afghanistan. E, dopo la legittimazione di piazza, dentro i ribelli, aumenta anche il numero di coloro (tutti quelli di Rifondazione, Franca Rame, lo stesso Bulgarelli) voteranno no: se continua così, la maggioranza autosufficiente dell’Ulivo, a Palazzo Madama, è già un sogno impossibile, per Romano Prodi.