Si apre il Giro vero, andrebbe chiuso il «Processo»

nostro inviato a Ravenna

Si libera spazio in gruppo, si liberano camere d’albergo: i velocisti, nuovi damerini del ciclismo moderno, girano i tacchi ai piedi delle grandi montagne e tolgono il disturbo. Che ci stiamo a fare, dicono: da qui a Milano sarà solo tormento d’alta quota. Che so, dico a caso: si potrebbe restare per onorare il proprio mestiere, i propri tifosi, la più importante corsa d’Italia. Ma evidentemente sono motivazioni obsolete. Gli sprinter moderni sono superspecialisti che si sprecano solo sul proprio terreno. L’ultimo sprint finisce nuovamente a Cavendish. Petacchi terzo. Da qui alla fine non sono più previste rivincite, dunque tutti a casa: e pazienza se siamo solo a metà Giro. Non è affare che li riguardi. Al limite, ci metteranno molta passione davanti alla tv.
Adesso la palla passa ai signori della classifica. Quattordici montagne in tre giorni. Oggi arrivo sul Grossglockner, in Austria. Domani Zoncolan (e ti raccomdando la discesa del Crostis, de pppaura). Domenica Marmolada e arrivo sul Gardeccia. È Contador contro il resto del mondo. Forte il sospetto che riusciranno ad isolarlo, ma come domenica scorsa sull’Etna: solo davanti a tutti. Il vero avversario resta il Tas, a giugno. Qui, adesso, gli altri possono solo sperare nell’imponderabile (in senso buono). Nibali non è tipo d’aver paura, sicuramente proverà di tutto. Se poi sarà secondo, sarà comunque secondo dietro al più grande dei numeri uno.
Per un Giro che si apre, c’è una sezione del Giro che andrebbe chiusa: il «Processo alla tappa». Se la dirigenza Rai si degnasse di buttare un occhio anche qui, nelle trasmissioni rosa, scoprirebbe qualcosa di sconvolgente: il glorioso salotto del dopotappa, che ha catapultato nel mito Sergio Zavoli, è ridotto ai minimi termini. Gli ultimi numeri si riferiscono all’altro giorno, Castelfidardo: telespettatori 598.000, share 6,6 per cento. E’ un risultato straziante. Come tendenza, si può parlare di caduta libera. Il "Processo" era partito da Torino, sabato 7 maggio, con 897.000 spettatori e share del 10,2. Poi, giorno dopo giorno, l’inarrestabile declino. Sabato 14, Tropea, una settimana dopo: 766.000, share 8,1. Domenica, prima tappa di salita sull’Etna, 964.000 spettatori, ma share del 6,7. Le discese ardite, mai le risalite. Fino al malinconico 6,6 dell’altro giorno. La zia Alessandra e i suoi amici sono lanciatisismi: a questi ritmi, l’ultimo giorno di Milano possono puntare autorevolmente allo share zero.
Sulle ragioni dell’inesorabile tramonto ciascuno può dire la sua. Sui numeri, no. Il problema è comunque serio: questa trasmissione, una volta griffe della Rai, ora è una palla al piede. Però costa. Il che, per un’azienda pubblica oberata da 180 milioni di perdite e 320 di debiti, non è discorso secondario. La congrega di opinionisti contrattualizzati a vario titolo, cui negli ultimi giorni si è aggiunto Eddy Merckx, costicchia. Ha ancora senso tenere in piedi il baraccone? Se reggesse un minimo di rigore contabile, sarebbe il momento di calare la saracinesca. Ma siccome qui di tutto si preoccupano, fuorché di gestire bene i soldi dei contribuenti, è certo che il «Processo» andrà avanti, insensibile a tutti i disastri. Li guardassero almeno i parenti più stretti…