Si chiama politica la ricetta contro la rabbia

Il rischio è grande perché grande è la posta in gioco. La riunione di Londra dei 20 Paesi espressioni delle maggiori economie del mondo è chiamata a dare risposte concrete per contenere e superare la grave crisi finanziaria ed economica che ci affligge. Troppe riunioni a vuoto, tanti annunci di misure in parte poi disattese, molte previsioni sbagliate hanno caratterizzato la vita di questi ultimi due anni testimoniando, così, un'incertezza grave della politica mondiale dinanzi alla più grande crisi dal 1929 in poi. Questa volta, dunque, non si può sbagliare.

Gli episodi di rabbia popolare, la disperazione di masse crescenti di lavoratori, la visibilità di una minoranza opulenta che si identifica spesso in chi ha avuto responsabilità in questo sfascio, sono una miscela esplosiva che può avere un effetto domino sul terreno della protesta in tutti i paesi, ed in particolare in quelli a democrazia consolidata. Di qui, l'esigenza di risposte immediate e coordinate tra i 20 maggiori Paesi.

A Londra si confronteranno due scuole di pensiero, quella che chiede di stimolare massicciamente una domanda pubblica e privata e quella prevalentemente europea che chiede l'adozione di regole comuni per disciplinare i guasti di un mercato lasciato per troppo tempo solo a se stesso. Più che due scuole di pensiero, in realtà si tratta di due posizioni che testimoniano da un lato le diverse responsabilità nell'origine della crisi e dall'altro, la necessaria complementarietà delle risposte. Insomma l'immissione di ingenti risorse nell'economia reale è indispensabile per contenere gli effetti occupazionali della crisi che rischia di essere devastante sul piano della coesione sociale e per porre le basi di una ripresa economica diversa dal passato per qualità e diffusione planetaria.

Queste misure sollecitate innanzitutto da Barack Obama avrebbero però respiro breve se non fossero accompagnate da una più ferrea disciplina dei mercati finanziari. Nuove regole comuni per tagliare le unghie alla speculazione e ai truffatori che hanno buon gioco nei mercati finanziari trasformati in questi 15 anni in vere e proprie «sale scommesse».

Tutto è potuto avvenire grazie a quella che fu definita agli inizi degli anni '90 l'innovazione finanziaria che partorì nuovi prodotti come i derivati nati per assicurare il sistema bancario sui rischi che assumeva e via via trasformati poi in strumenti di facile arricchimento di poche élite a danno di tutti. Con quelle innovazioni ( derivati, futures sulle materie prime, hedge fund) banche e intermediari finanziari scoprirono che la finanziarizzazione dell'economia portava ad un'immediata impennata dei ricavi e degli utili rendendo così felici ad un tempo gli azionisti, i trader borsistici e i top-manager con le stock-option e i bonus legati ai risultati anno per anno.

Naturalmente la «deregulation» dei mercati, sostenuta culturalmente da un pensiero unico debole ma interessato da consulenze milionarie e da un'informazione plaudente alle ricchezze che si accumulavano senza capirne l'origine aleatoria e le conseguenze economiche e sociali, ha portato al disastro di oggi. Non correggere questo stato di cose come chiedono gli europei significherebbe, dunque, lasciare intatte le cause profonde che hanno generato l'attuale crisi finanziaria che prima o poi si ripeterebbe.

La risposta del G20 deve, allora, essere globale e legata più alle esigenze di miliardi di cittadini del mondo poveri da sempre o che stanno scivolando verso nuove povertà di massa e molto meno alla potenza seducente di una finanza deviata e in molti casi corrotta. Sbaragliate le vecchie ideologie autoritarie del Novecento, il capitalismo vincerà la sua sfida se saprà battere la fame, le malattie, l'immensa povertà di interi continenti e contenere livelli sproporzionati di disuguaglianze sociali nei Paesi a democrazia avanzata. L'auspicato accordo dovrà prevedere che ciascuno faccia la propria parte.

Per quanto riguarda l'Italia Berlusconi ha giustamente preso le distanze da una politica economica che con la scusa di un debito altissimo altro non ha fatto che produrne altro portando il deficit di quest'anno ad oltre il 4% sul Pil, il debito al 112% sul Pil e una crescita negativa a ben oltre il 4% come avevamo da mesi previsto. Avremo il tempo di ragionare sulle vergini violate che oggi si stracciano le vesti nel tentativo di recuperare la virtù perduta mentre ieri coccolavano quel mostro creato dall'avidità del mercato. Oggi quel che ci preme è che la politica riprenda il suo primato e la sua autorevolezza per il governo del mondo.
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