Si chiude un festival vincente e si aprono le «guerre» in Rai

nostro inviato a Sanremo

Le domande ora sono due. Chi pagherà le conseguenze di un Festival sbilanciato a sinistra? E poi: come si esce dalla deriva di una Rai che ormai appalta tutto alle società esterne? Certo, oggi sarebbe soltanto il momento di festeggiare il successo. Però i due interrogativi meritano una riflessione e, certamente, ai piani alti di viale Mazzini saranno oggetto di delicate discussioni nei prossimi giorni.
Partiamo dai risultati positivi. Gli ascolti sono vincenti e hanno eguagliato le già ottime performance delle ultime due edizioni: la serata finale è stata vista in media da 12 milioni 136 mila spettatori con il 52.12% di share. Pure il successo artistico è lampante: lo spettacolo è riuscito ad amalgamare e tenere insieme le anime diverse e infuocate del nostro Paese. Sia dal punto di vista politico: alle visioni più a sinistra (incarnate dai comici Luca&Paolo), si è accostato un momento che ha ottenuto adesioni unanimi (come l’esegesi dell’inno di Mameli). Sia da quello musicale: equilibrata la scelta di brani dal gusto più popolare e di altri più raffinati fino alla sintesi nella canzone di Vecchioni. Però nel nostro Paese tutto ha una valenza politica e poco contano i risultati artistici («non rompetemi più le palle con questa par condicio», è sbottato Luca Bizzarri alla finale) e lo sbilanciamento ha fatto irritare molte persone. In primo luogo il consigliere Rai Antonio Verro che porrà la questione nel prossimo Cda, insieme a quella della direzione artistica di Gianmarco Mazzi (a lui non gradita).
La sostanza è questa: da anni in Rai si combatte una lotta titanica per riequilibrare programmi apertamente anti berlusconiani. Ma gli stessi che mettono i paletti a Santoro, Floris e compagni, consentono che pure al Festival, il programma nazionale per eccellenza, vengano tirate bordate al premier, anche se condite con parodie e satire contro Bersani&compagni. Chi ne pagherà le conseguenze, dunque? Se non fossimo in un frangente politico devastante, la risposta sarebbe semplice: il capo di Raiuno Mazza e il direttore generale Masi. Ma, in questo momento, in Rai tutto resta immobile. E dunque fa bene Mazza a rispondere che il prossimo «cda sarà il momento migliore per festeggiare il successo di Sanremo» e a riproporre già per l’anno prossimo lo stesso conduttore e la stessa formula: «Mito (Morandi), passione (Rodriguez-Canalis), eresia (Luca e Paolo)».
Veniamo al secondo interrogativo. La triade Morandi-Mazzi-Presta ha preso in mano tutta l’organizzazione del Festival (dal progetto artistico, ai presentatori, agli autori). Ai dipendenti Rai sono rimasti da gestire solo la parte tecnica della messa in onda e l’ufficio stampa: ottimi entrambi. Posto che si dovrebbe accendere un cero alla triade visto il successo raggiunto, è pur vero che l’azienda di Stato ha dato carta bianca a un agente di star. (L’altro manager del «compromesso storico televisivo», Beppe Caschetto, ha «fornito» solo tre dei conduttori). Presta, con una logica assolutamente imprenditoriale (la sua protetta - Belen - è un investimento azzeccato), è andato a riempire uno spazio lasciato libero. Dunque, la responsabilità è di chi va a coprire un vuoto o di chi glielo concede? E la Rai si può permettere di essere ancora (è successo anche per gli ultimi due Festival) così fortemente debitrice?