Si combatte a DamascoLa Siria è in preda al caos

<div>Battaglia nei quartieri. Voci incontrollate di un tentativo di fuga all’estero della moglie di Assad e di alcuni parenti. Il governo vuole un summit a Mosca</div>

La Siria ha bisogno di elezioni libere e di un sistema partitico finalmente pluralista. Chi l’ha detto? Hillary Clinton? Ban Ki Moon? Lady Ashton? Ma no: l’ha detto Ali Akbar Salehi, ministro degli Esteri dell’Iran, tra i principali alleati del regime di Bashar el-Assad. E il fatto che la Repubblica islamica non sia esattamente un esempio di libertà e pluralismo, nonostante la formale esistenza a Teheran di un confronto elettorale e parlamentare, la dice lunga sulla confusione che regna in questi giorni sull’argomento Siria.

Ieri è stata una giornata particolarmente caotica e non solo per l’affermazione del ministro iraniano, che ha chiarito di aver parlato in quei termini solo perché preoccupato dal rischio di «un imprevedibile vuoto di potere in Siria», concludendo il suo contorto ragionamento col consiglio di «lasciare ad Assad il tempo di fare le riforme». Lo è stata per il circolare di voci incontrollabili sulla presunta fuga (o almeno un tentativo in tal senso) della moglie di Assad e di altri suoi familiari e, sul terreno, per il diffondersi di notizie che segnalano il continuo incattivimento degli scontri tra lealisti e oppositori del regime; lo è stata, infine, per lo svilupparsi di una complessa attività diplomatica, che vede Mosca, Washington e Parigi tra i più attivi protagonisti.

L’ipotesi di una fuga all’estero (e segnatamente in Russia) di Asma el-Assad sembra in realtà esser stata fatta circolare dagli oppositori del regime per avvalorare i resoconti sulla presenza di forze del Libero Esercito Siriano nei pressi dell’aeroporto internazionale di Damasco, e più in generale per diffondere la percezione di un cedimento finale di Assad. La versione pubblicata dal giornale egiziano Al-Masry al-Youm è che domenica sera un convoglio di auto del governo sarebbe stato «bloccato mentre cercava di entrare all’aeroporto». A bordo ci sarebbero stati Asma con i tre figli, la suocera Anisa Makhlouf e un nipote, il magnate Rami Makhlouf con i figli, ma secondo un’altra versione - forse fatta circolare da una corrente interna al regime - addirittura lo stesso raìs: il che pare assai poco credibile.

Se le presunte fughe all’estero sembrano essere - almeno a oggi - nient’altro che esercizi di propaganda, ben più concrete sono le notizie relative al sangue versato anche ieri in Siria. Fonti dell’opposizione parlano di una quarantina di morti, cinque dei quali a Damasco. Sono i combattimenti alla periferia della capitale il fronte più importante di una guerra civile sempre più sanguinosa, il cui bilancio totale avrebbe ormai superato i 6.600 uccisi: le forze regolari sembrano aver ripreso il controllo di alcuni quartieri orientali di Damasco che i «disertori» avevano raggiunto armi in pugno avvicinandosi pericolosamente ai centri nevralgici del potere, ma in altre zone della città si spara ancora. Fuori Damasco le stragi continuano: ancora bombe su Hama, città storicamente ostile agli Assad, mentre a Homs perfino l’ospedale è stato colpito. Sabotato anche, tra Homs e Baniyas, un gasdotto che collega la Siria con il Libano.

Quanto all’attività politica e diplomatica, è evidente lo sforzo russo per trovare una soluzione interna in Siria che eviti indesiderati (per Mosca, che è un solido alleato di Assad) interventi esterni nel Paese avallati dall’Onu sulla falsariga libica. L’ambasciatore russo a Damasco ha chiesto ieri un incontro con i rappresentanti dell’opposizione al regime: lo scopo era di indurli ad accettare un negoziato a Mosca con emissari di Assad, ma la risposta è stata negativa. Intanto il Cremlino conferma il suo no a una risoluzione Onu di condanna di Assad: non importa quanto sangue grondi dalle sue mani, le priorità (strategiche) sono altre e Mosca non intende ripetere l’errore commesso autorizzando l’attacco a Gheddafi.