Si è concluso in Paraguay il vertice latinoamericano del Mercosur. Altissima la tensione tra i capi di Stato, nonostante i 24 documenti firmati Sgarri e litigi: compagni sudamericani in crisi

Il Brasile blocca l’ammissione del Venezuela Chavez replica: «Pappagalli al servizio dell’impero»

da San Paolo

Lo aveva già scritto Carlo Maria Cipolla nel suo celebre libello «Allegro ma non troppo»: meglio un nemico intelligente di un amico stupido. Del primo, infatti, si possono prevedere le mosse, mentre il secondo danneggia chi, in teoria, vorrebbe aiutare. E, alla fine, non resta che litigarci. Con un argutezza fuori dal comune, il compianto storico-economista dimostrò il tutto scientificamente, tramite le cinque leggi fondamentali della stupidità ma, evidentemente, «Allegro ma non troppo» non fa parte del bagaglio culturale della sinistra latinoamericana. I fatti, in questo caso l'esito del 33esimo Summit tra i capi di stato dei paesi membri ed associati del Mercosur conclusosi venerdì scorso ad Asunción, in Paraguay, lo dimostrano inequivocabilmente. Perché, al di là delle apparenze e dei 24 documenti firmati, mai in passato il tasso di litigiosità tra paesi sudamericani era stato così alto all'interno di quel Mercato Comune del Sudamerica nato nel 1991 con il proposito di ripercorrere, a livello regionale, le orme dell'Europa. Organizzazione regionale avente come obiettivo l'abbattimento dei dazi tra i Paesi membri e l'introduzione di una tariffa estera comune sul modello di ciò che fu nel Vecchio Continente il Mercato europeo comune, oggi i membri pieni del Mercosur sono Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, quasi membro in attesa del bene placet parlamentare dei quattro stati sopramenzionati è il Venezuela, mentre associati sono Cile, Bolivia, Ecuador, Perù e Colombia. Bene, ad eccezione di quest'ultima, dove al potere c'è la destra con il presidente Álvaro Uribe dal 2002, e il Paraguay dove si voterà l'anno prossimo ed è favorito l'ex vescovo vicino alla Teologia della Liberazione Fernando Lugo, oggi negli altri otto paesi latinoamericani al potere ci sono tutti governi di sinistra. Di quella sinistra sudamericana che da sempre dice di scommettere forte sul Mercosur, contrapponendolo all'Alca, l'Accordo di libero commercio voluto dagli Stati Uniti. Peccato che mai come negli ultimi due anni l'integrazione sudamericana sia stata così lontana a causa di una serie interminabile di «liti tra compagni».
Di sicuro, in quello che sino a pochi anni fa era unanimemente considerato il «giardino di casa» di Washington, la parte dell'amico «sconveniente» evocato da Cipolla la ricopre il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías che, dopo avere definito «pappagalli al servizio dell'impero» i parlamentari brasiliani che si erano pronunciati all'unanimità contro la chiusura del canale televisivo Rctv, è riuscito nell'invidiabile record di bloccare l'entrata come membro pieno del Venezuela nel Mercosur (col cavolo che diamo l'ok parlamentare gli hanno fatto sapere i «pappagalli» in coro), preferendo Minsk ad Asunción e Lukashenko (del resto «la Bielorussia è il modello di Stato sociale che anche noi stiamo costruendo», ha detto Hugo) a Lula. È la prima volta da quando nel 1998 è stato eletto che Chávez si perde un vertice del Mercosur. Anche questo un segnale.
Ma le frizioni tra paesi sudamericani governati dalla sinistra non si limitano a Brasile e Venezuela. L'Argentina di Néstor Kirchner, peronista vicino in gioventù ai montoneros, da oltre un anno è ai ferri corti con l'Uruguay del «medico rosso» Tabaré Vasquez a causa della costruzione di una cartiera dell'azienda finlandese Botnia che, essendo vicina al confine, inquinerebbe il versante di Buenos Aires. Argentina e Brasile fanno fronte comune contro l'ex sindacalista «cocalero» Evo Morales Aymara, dal momento che la Bolivia riduce spesso «a piacere» le forniture di gas a entrambi i paesi. Come fa la stessa Argentina nei confronti del Cile della socialista Michelle Bachelet. Per non dire del Perù e del suo presidente «aprista» Alan García (e l'Apra è partito iscritto all'internazionale socialista) che ha attaccato recentemente il Venezuela di Chávez per i finanziamenti che quest'ultimo continuerebbe a passare a Ollanta Humala, ex golpista, militare di origine india e oggi all'opposizione a Lima. La lista potrebbe continuare a lungo ma una cosa appare chiara: nessuna di queste «questioni» è stata risolta dagli «amici» presenti al vertice Mercosur dell'altroieri.