Si continua a morire mentre gli alleati smobilitano

Ieri mattina, l’esplosione di un ordigno ha ucciso un soldato italiano in Afghanistan, il caporal maggiore Roberto Marchini, 28 anni, di Viterbo, geniere-paracadutista dell’ottavo Reggimento guastatori.
E nelle ore in cui il nostro contingente finiva sotto attacco, a pochi chilometri da Kabul il presidente francese Nicolas Sarkozy, giunto a sorpresa in Afghanistan, annunciava davanti alle truppe il ritiro di mille soldati entro la fine del 2012. Poco dopo, a Parigi, il suo primo ministro, François Fillon, chiedeva all’Assemblée di votare in favore della continuazione delle operazioni militari in Libia. Dopo aver svolto un ruolo di primo piano nell’attivazione della campagna della Nato contro le forze del colonnello Mu’ammar Gheddafi, la Francia sembra adesso cercare una via alternativa per mettere fine ai 200 voli settimanali che la sua aviazione compie sul Paese arabo. Il ministro della Difesa Gérard Longuet ha iniziato a parlare di negoziati tra le parti per mettere fine ai bombardameti e ha anche aperto alla possibilità di una fine delle ostilità non legata a un’uscita di scena di Gheddafi. Se dovesse rimanere - ha detto - «resterà in una stanza del suo palazzo, con un altro titolo».
I segnali di volontà di smobilitazione dal fronte libico arrivano da diversi membri dell’Alleanza. In Italia, il dibattito sulla missione in Libia, con la Lega Nord da sempre contraria, è forte. Negli Stati Uniti, il nuovo segretario alla Difesa, l’ex capo della Cia Leon Panetta, ha detto che gli alleati altantici di Washington impegnati nella missione libica si troveranno spossati dallo sforzo bellico entro tre mesi e che quindi gli Stati Uniti si troveranno costretti ad assumere un ruolo più centrale.
Per quanto riguarda il frone afghano, invece, fra pochi giorni inizierà il ritiro di 33mila militari americani. Da questo mese fino alla fine dell’anno torneranno a casa 10mila soldati. Gli altri 23mila saranno smobilitati entro la prossima estate.
I piani di disimpegno si scontrano però con la realtà sul terreno. Sul fronte libico le forze Nato sono impegnate in una missione di cui è difficile predire gli esiti e soprattutto la durata, nonostante alcuni successi militari dei ribelli anti-regime. In Afghanistan, invece, la violenza della cronaca rischia di avere un effetto sulla tabella di marcia. Soltanto pochi giorni fa, il generale David Petraeus, comandante in capo delle forze americane in Afghanistan e prossimo capo della Cia, ha rivelato che gli attacchi contro le truppe Nato nel Paese sono scesi. Ieri, però, a far temere per il ritro non è stato un attacco all’Alleanza, ma a un funzionario afghano. Il fratellastro del presidente Hamid Karzai, Ahmed Wali Karzai, è stato ucciso a colpi di pistola nella sua abitazione di Kandahar, nel Sud, da un suo stretto confidente, a suo servizio da sette anni. Ahmed Wali Karzai era un politico controverso, accusato di corruzione, traffico di droga, frode elettorale. Tuttavia, gli alleati sopportavano di avere a che fare con lui perché, in qualità di capo del consiglio provinciale di Kandahar, permetteva al fragile governo del fratello di mantenere il controllo sulla seconda città del Paese. Nei mesi scorsi, un governatore e due importanti ufficiali di polizia sono stati uccisi e ieri l’intelligence afghana ha rivelato di aver sventato un piano per uccidere il ministro dell’Interno. L’assassinio di Wali Karzai mette a nudo le fragilità del piano di disimpegno. Quando le truppe Nato inizieranno a lasciare l'Afghanistan, il controllo della sicurezza passerà in mano a un esecutivo debole, a forze di sicurezza e polizia male armate a mal preparate, troppo spesso accusate di corruzione.