Si fa molto in fretta a dire che i borbonici hanno sempre torto

Caro Granzotto, ho letto la sua risposta alla lettera del sig. Sapienza. I fatti che lei cita sono senza dubbio veri, ma forse altri fatti possono ampliare la visuale e far comprendere meglio la reale situazione del Regno delle Due Sicilie prima del 1860. Accanto ai primati tecnici del regno, infatti, non sono negabili anche i tanti, e drammatici, aspetti deteriori: dalla corruzione diffusa, alla mafia, già imperante e inutilmente combattuta sia da Murat sia dai Borbone, dalle miserrime condizioni di vita della maggior parte della popolazione, legate soprattutto allo sfruttamento nei latifondi, al grado di istruzione, senza dubbio il più basso, mediamente, d’Italia e forse d’Europa, dall’atteggiamento assolutista dei Borbone (che concessero la costituzione tre volte e la ritirarono due) alla ricchezza della casse regie, ricche perché non impiegate nello sviluppo delle infrastrutture. E via dicendo. Senza scadere nell’ideologia «nordista», ma neppure in quella «meridionalista», credo sarebbe ora di accettare due fatti: l’unità d’Italia era senza dubbio utile e necessaria alla nazione e il Regno delle Due Sicilie non era quello che i nostalgici neoborbonici vorrebbero farci credere...
Azzano San Paolo (Bergamo)

Non se ne verrà mai a capo, caro Casirati. Da 150 anni seguita a fare aggio l’immagine del Meridione che ne diedero i conquistatori o i missionari, se preferisce, all’indomani dell’annessione. Quella di un sozzo girone infernale politico, economico, sociale e culturale che trovò il riscatto liberandosi (con un aiutino garibaldesco-savoiardo) della tirannide borbonica e gettandosi lieto nell’abbraccio che tendevano loro i bravi, buoni, onesti, colti, giusti, pacifici, economicamente e socialmente avanzati piemontesi. La mafia, a esempio, senza la quale la marcia delle Camicie Rosse si sarebbe arrestata a Salemi. Non era quella piovra con un tentacolo in ogni piega della nazione che è oggi. Ma, come Garibaldi poté constatare di persona, l’equivalente degli odierni contractors. L’analfabetismo. Non dico che al Sud ci fossero più alfabetizzati che al nord, ma prima di passare alla conta occorrerebbe premettere che all’indomani dell’unificazione la percentuale degli analfabeti dal Monviso al Lilibeo era del 79 per cento. E che a quei tempi era ritenuto non analfabeta chi sapeva scrivere il proprio nome e cognome per cui, tolti quelli, la popolazione alfabetizzata non superava il 3 per cento. Con cifre così, che a Torino quel 3 diventasse 3,5 e a Napoli 2,5, mi dica lei, caro Casirati, cosa cambia. La Costituzione. La prima a essere promulgata fu quella di Ferdinando II (ciò che costrinse Carlo Alberto a smettere i panni dell’italo Amleto e a firmare lo Statuto Albertino) e anche questo è un primato. Fu sospesa (non revocata, sospesa), certo, ma fu quando Ferdinando si vide costretto a proclamare lo stato d’assedio. Le miserrime condizioni di vita. Ma è così sicuro, caro Casirati, che nelle campagne di Carrù il contadino vivesse meglio del suo omonimo ad Afragola? Più abbondante e variato nutrimento, più tempo libero, più riconosciuti diritti, migliori condizioni igieniche e sanitarie? E che rispetto a quello di Afragola il contadino di Carrù fosse tanto più felice della sua esistenza? Le infrastrutture. Di sicuro i Borbone non furono grandi costruttori di strade, soprattutto est-ovest (però ancor oggi, XXI secolo, le comunicazioni ferroviarie e stradali Tirreno-Adriatico non è che siano questo granché). Ma un ponte è infrastruttura? Bene, il primo ponte sospeso e con struttura metallica fu il «Real Ferdinando» sul Garigliano. Altri se ne costruirono in Inghilterra e in Francia, ma crollarono di lì a poco (il «Real Ferdinando» resistette fino al 1944, quando fu fatto saltare dai tedeschi). Ha ragione, caro Casirati, le Due Sicilie non erano quelle che i nostalgici neoborbonici vorrebbero farci credere. Però nemmeno quelle che vorrebbero dare a intendere gli ostinati detrattori - in nome degli ideali risorgimentali, ben inteso - del Meridione d’Italia.