Si fa ma non si dice

La presenza italiana in Afghanistan, per dirla in termini insieme politici e militari, è per il governo precariamente in carica una mina insidiosa che può esplodere anche tre volte alla settimana. E che a ogni scoppio mostra quanto sia aleatoria la tenuta dell’esecutivo Prodi e quanto questo rachitismo politico nuoccia alla credibilità internazionale del nostro Paese. Dunque, nel Sud dell’Afghanistan si sta addensando una tempesta terroristica. Tutti i servizi d’intelligence dei Paesi occidentali impegnati con la Nato per la difesa della sicurezza e della democrazia registrano una crescita minacciosa degli attentati terroristici, dei sequestri di diplomatici e militari occidentali, degli attacchi suicidi. È evidente che, per tener fede agli impegni assunti davanti al mondo, nel Sud di quel tormentato Paese si dovranno intensificare la presenza e l’azione militare dei contingenti dei Paesi che prendono parte alla forza Isaf.
L’Italia dovrebbe fare la sua parte. In base alle decisioni ultime del Parlamento, i reparti italiani dovrebbero rimanere a Kabul e ad Herat, ma le norme d’ingaggio valide per l’Isaf dispongono che in caso di «estreme operations», quando cioè siano in pericolo la vita e la sicurezza di militari alleati o di regolari afgani, il comando generale dell’operazione può ordinare ai soldati italiani di intervenire anche nel Sud. Quando le operazioni non sono «extreme» il comando Isaf può «chiedere» la partecipazione dei militari italiani, e una risposta deve essere data entro 72 ore; se scatta l’emergenza, il comando Isaf ordina e i nostri soldati eseguono. Queste sono le regole. È riferendosi a queste, evidentemente, che il ministro della Difesa dell’Afghanistan ha dichiarato ieri a una deputazione di parlamentari italiani di essere contento del fatto che i nostri soldati sarebbero stati impiegati nel Sud del Paese.
Le parole del ministro afgano hanno avuto l’effetto di un siluro per il fragile barcone del governo Prodi. Il ministro Parisi si è affrettato a dichiarare che l’intervento dei militari italiani nel Sud è una «legittima aspettativa» del suo omologo di Kabul, ma nulla di più. Il comandante delle forze italiane in Afghanistan ha di fatto dichiarato che una richiesta ufficiale in tal senso non c’è ancora stata. I rappresentanti della sinistra radicale, Rifondazione comunista e Pdci, hanno subito chiarito che di soldati nostri nel Sud dell’Afghanistan non se ne vedranno, piuttosto li riportiamo subito a casa. E, senza dirlo, hanno lasciato capire che, in caso di buriana, faranno soffrire Prodi, D’Alema, Parisi.
In questo contesto, tenuto conto del fatto che tutti i «servizi» prospettano la necessità di «extreme operations», è prevedibile che il nostro contingente dovrà dislocare dei reparti nel Sud dell’Afghanistan, rispettando le più rigide e impegnative regole d’ingaggio: si sparerà, se necessario, anche prima che i terroristi aprano il fuoco, sulla base del legittimo sospetto. Ma il governo agirà coi minuetti, le bugie, i cavilli della nostra peggiore tradizione: i nostri ragazzi rischieranno la vita, perché alla fin fine sulla linea del fuoco si troveranno i militari e non i politici, ma il governo dirà e non dirà, mentirà e seguirà vie tortuose, per salvare la sua risibile Unione. Si fa, ma non si dice. Massimo D’Alema non è nuovo a queste mistificazioni di politica estera: durante la guerra nel Kosovo i nostri aerei partecipavano ad azioni militari contro le forze armate serbe, ma il governo D’Alema si sforzava di spiegare che i piloti della nostra aeronautica militare si limitavano a fare i vigili urbani del cielo. Bugie, ipocrisie, vergognose elusioni delle fondamentali responsabilità politiche.
Il ministro della Difesa di Kabul ha parlato in un certo modo perché evidentemente gli erano stati forniti elementi decisivi sulla partecipazione italiana alle operazioni nel Sud. Ma bisogna tener buoni i comunisti irredimibili, i difensori di un passato che non passa e allora si mente e si improvvisa, si sfuma, si attenua.
Facciamo gli auguri ai nostri ragazzi, ma non possiamo che augurare una rapida dissoluzione al governo che alla fine farà apparire il loro sforzo ambiguo, obliquo, all’italiana.