Si fingevano 007: arrestati i poliziotti fai-da-te

L’organizzazione si chiamava Dssa: era formata da privati cittadini con la passione dello spionaggio

Ferruccio Repetti

da Genova

Due arrestati (l’ex poliziotto Gaetano Saya a Firenze, l’«esperto di criminalistica» Riccardo Sindoca a Pavia) e venticinque indagati, una dozzina dei quali appartenenti alle forze dell’ordine, per «associazione per delinquere finalizzata all’usurpazione di pubbliche funzioni» e «illecito utilizzo di informazioni riservate attraverso l’illegale consultazione delle banche dati del ministero dell’Interno»: è il risultato della complessa operazione che ha portato a smantellare il «Dssa», sigla dietro cui si nascondeva il fantomatico Dipartimento studi strategici antiterrorismo, struttura clandestina che si era accreditata come «vero e proprio corpo di polizia parallela». Ma con gli arresti siamo solo all’inizio, a quanto fanno sapere, con molta cautela, magistrati e funzionari delle questure di mezza Italia impegnati da un anno nell’operazione. E spiegano che ci sono voluti mesi e mesi di indagini, appostamenti, verifiche, intercettazioni per arrivare a capire quello che, da principio, sembrava solo una fiction.
L’inchiesta ha preso avvio per iniziativa della Procura della Repubblica di Genova subito dopo la strage terroristica dello scorso anno a Madrid, quando si è fatto più acuto, anche in Italia, il rischio di attentati da parte di estremisti islamici. È allora che, a quanto risulta sempre più chiaro agli inquirenti, un gruppo di privati cittadini e alcuni appartenenti alle forze dell’ordine ha formato «una struttura clandestina, molto articolata sul territorio, sulla base di iniziative individuali e al di fuori di qualsiasi autorizzazione». La Dssa, appunto. Gli obiettivi, come hanno accertato successivamente gli uomini della Digos genovese cui sono state affidate le indagini, erano fondamentalmente quelli di «limitare e controllare l’accesso dei terroristi alle risorse finanziarie, individuare gli infiltrati, massimizzare la capacità di individuazione, indagine e perseguimento dei terroristi stessi e la prevenzione di attentati», e infine anche di effettuare analisi di controspionaggio e infiltrazione nelle linee nemiche, «per potenziare la capacità degli Stati membri a far fronte alle conseguenze di un attentato terroristico». Anche se uno dei presunti capi, Riccardo Sindoca, si difende: «Il mio arresto è una bufala, una montatura per delegittimare il nostro operato. Per me la Patria è un valore da difendere - e ora mi trovo nei guai per questo».
Qualcuno alla Dssa ci aveva comunque creduto. Basta soltanto ricordare l’allarme diffuso lo scorso dicembre per un «imminente attentato all’aeroporto di Milano», o il sedicente «dossier riservato del Dssa arrivato ai servizi segreti e al Viminale» che ebbe ampio spazio sulla stampa. A quel punto i vertici dell’organizzazione, per meglio accreditarsi ai massimi livelli istituzionali, avevano anche annunciato l’intenzione di individuare e catturare Cesare Battisti, ex leader dei Proletari Armati del Comunismo, condannato nel 1980 dalla giustizia italiana in contumacia a due ergastoli per quattro omicidi risalenti alla fine degli anni ’70, e vero e proprio pallino degli 007 fasulli dopo la decisione della magistratura francese di concedergli l’estradizione in Italia e il quasi contemporaneo inizio della sua latitanza. Nel frattempo, l’organizzazione, che poteva contare solo su risorse proprie ma ambiva a ottenere finanziamenti da istituzioni nazionali e internazionali, tentava anche di darsi una veste sempre più professionale. Gli adepti della Dssa, ad esempio, erano in possesso di dotazioni praticamente identiche a quelle in uso alle forze di polizia: tesserini di identificazione, palette, portaplacche, lampeggianti per auto, sirene. Che esibivano con disinvoltura e con cui fermavano persone sospette, multavano, procedevano a interrogatori e perquisizioni, oltrepassavano posti di blocco alle frontiere. A un certo punto il «gioco» deve aver preso la mano: i poliziotti abusivi del Dipartimento studi strategici antiterrorismo hanno fatto leva sulla loro autorevolezza addirittura per acquistare autovetture usufruendo dello sconto dell’Iva. Ed è stato forse questo «scivolamento» - da magliari, più che da 007 - verso obiettivi più concreti, ma molto meno qualificanti, che ha segnato, per il Dssa, l’inizio della fine.