Si gonfiava i muscoli per piacere alla morte

Si sposò per errore, tratto in inganno dalla madre. La donna gli aveva fatto credere di avere un cancro e non molto da vivere. Il figlio decise allora di prendere moglie per tranquillizzare la mamma sul proprio avvenire. Con la sposa al fianco, sarebbe stato accudito e avrebbe assicurato una discendenza alla famiglia, che è pur sempre una bella soddisfazione per chi sta passando nell’aldilà.
Quando il tumore si rivelò fantasia - tanto che la madre sopravvisse per anni al figlio -, il dado era tratto: il Nostro si era ormai accasato. Un passo che non avrebbe mai compiuto senza il concorso di quelle grottesche circostanze. La sua inattitudine al matrimonio era infatti totale, preso com’era da se stesso. Tuttavia ebbe fortuna. Yoko, la giovane sposa, si dimostrò la compagna più adatta per un uomo del suo genere, pieno zeppo di fisime. Gli dette subito una figlia, per il resto era come se lei non esistesse. Silenziosa, sottomessa, non gli faceva ombra e - qualità essenziale - non era più alta di lui neppure con i tacchi.
Attirare l’attenzione era il vizio di famiglia: la mamma si fingeva malata; il Nostro fu, probabilmente, il più forsennato esibizionista del Novecento. Trascorse la sua breve vita preparando una morte da grand-guignol che pregustava con la fantasia giorno dopo giorno.
Il morto - per fare bene la recita - doveva essere giovane e aitante. Il Nostro perciò andava nudo allo specchio a controllarsi i muscoli. Un osservatore neutrale lo avrebbe senz’altro giudicato macilento, quasi rachitico. E lui stesso - pur mancando di senso autocritico - non era del tutto soddisfatto del proprio aspetto. Così, prese a fare i pesi per gonfiarsi i bicipiti e incaricava amici fidati di fotografarlo discinto a intermittenza per avere delle istantanee su cui fare i confronti e verificare i progressi.
Omosessuale latente, parlò spesso nei suoi libri delle eiaculazioni cui era soggetto. Erano non solo quelle tipiche dei gay - perché provocate dalla contemplazione di corpi maschili -, ma pure molto intellettuali. Ne ebbe una davanti al torso del San Sebastiano che Guido Reni aveva ritratto trafitto dalle frecce in atteggiamento di sofferto languore. Influenzato da quella immagine, si fece poi fotografare più volte in posa sansebastianesca, con il tronco nudo, le pudende velate da un panneggio leggero, la figura svenevole.
Tributava questo culto al proprio fisico per renderlo degno della morte sorprendente cui lo aveva destinato. Era così affezionato al progetto da tremare all’idea di poter morire in modo banale prima di realizzarlo. Temeva soprattutto di essere avvelenato ed esalare l’ultimo respiro fra rantoli disgustosi e convulsioni volgari. Perciò, ogni volta che andava al ristorante, ordinava cibi cucinati con assoluta semplicità per evitare che salse e intingoli potessero occultare il sapore acre del veleno. Poi, appena mangiato, correva a lavarsi freneticamente i denti con selz e soda.
La sua fantasia già ossessionata da pulsioni di morte, venefici, corpi nudi, degenerò fino al cannibalismo. Sognò - parlandone in lungo e in largo - di uccidere uomini belli e mangiarli. Pensando a un compagno di scuola, scrisse: «Gli conficcavo la forchetta direttamente nel cuore. Un fiotto di sangue mi colpiva in pieno volto. Col coltello, cominciavo a tagliare la carne del petto, delicatamente...».
Nell’ultimo periodo di vita - preparando la morte agognata -, il Nostro fondò un piccolo esercito di cento uomini dediti alle arti marziali. Lo chiamò con nome inglese - che non era la sua lingua - Shield Society, ossia «Società dello Scudo», la cui sigla, SS, alludeva alla milizia tedesca. Il 25 novembre del 1970 il manipolo assaltò una guarnigione e prese prigioniero il comandante. Minacciando di ucciderlo, il Nostro pretese che la truppa al completo si radunasse nel cortile. Poi, si affacciò al balcone e la arringò con un discorso patriottico. Pensava di suscitarne l’ammirazione, fu invece insolentito. «Baciati il culo», «fottiti tua madre», gridarono i soldati.
Poiché tutto era andato contro le previsioni, era anche giunto il tempo di morire. Il Nostro si ritirò dal balcone e davanti a Morita, suo luogotenente e suo amante, fece harakiri. Per accordi precedenti, l’altro avrebbe dovuto a questo punto tagliargli la testa con la spada. Ma, tremante, sbagliò tre volte. Allora, Furu - un altro della SS - gli strappò la spada di mano e lo decapitò. Poi mozzò il capo del Nostro, che ebbe a 45 anni la morte da sempre sognata.
Chi era?