Si insedia il Parlamento di Hamas Abu Mazen presidente dimezzato

L’Assemblea pronta a ridurre i poteri del presidente, fautore del dialogo con Israele

Gian Micalessin

«Lo giuro». Al ritmo di quella frase pronunciata per 128 volte fra le aule del Parlamento di Ramallah e di Gaza, e ripetuta in cuor loro dai 14 deputati confinati nelle galere israeliane, inizia la nuova era. Quel Parlamento dominato dal verde di Hamas ne è, senza dubbio, l’icona. Quelle sedie vuote, quelle foto di prigionieri, figli e mariti appoggiati da mogli, madri e sorelle sui seggi senza deputato, quelle parole e quei volti virtuali sparati via satellite da Gaza e paracadutati in teleconferenza dentro l’aula di Ramallah, sono il simbolo delle divisioni e dei conflitti della stagione appena germogliata.
Una stagione in cui l’uomo più fuori moda sembra il povero Abu Mazen. Un padre dei negoziati costretto a salutare 74 deputati contrari a tutti gli accordi di pace e ad ogni negoziato immediato. Un sopravvissuto della pace di Oslo costretto a inaugurare un’Assemblea che Israele già considera espressione di un’entità nemica. Un uomo simbolo di Fatah, in un consiglio legislativo dove il vecchio partito, ridotto a 45 deputati, è ormai minoranza irrilevante e divisa. In questa nuova acerba stagione il discorso di Mazen, un fiume di parole scivolato tra l’indifferenza di 74 volti, è lo spartiacque di due mondi a parte. «Non accetteremo alcuna discussione sulla legittimità degli accordi», dichiara il presidente deciso a sancire l’irreversibilità di tutte le intese strette da Anp e Israele.
«Continueremo i negoziati, come scelta strategica per raggiungere i nostri obiettivi, per realizzare i nostri diritti legittimi», aggiunge il presidente ricordando l’impossibilità di una soluzione militare per il conflitto israelo-palestinese. Ma quell’invettiva d’un presidente deciso a difendere negoziati e trattative di pace suona alle orecchie dei vincitori come il lamento querulo di un sopravvissuto del passato. Parole stonate e desuete che Hismail Hanyah, premier designato di Hamas, liquida in una breve pausa dei lavori. «Esistono evidentemente programmi diversi, ma non c’è nulla che non possa venir risolto dalle discussioni e dal confronto».
La risposta più concreta arriva da fuori dal Parlamento, da quel portavoce di Hamas subito chiamato a ricordare l’impegno alla resistenza armata e l’impossibilità di «negoziare con l’occupante fino a quando l’occupazione e le aggressioni continueranno». Israele è il primo a recepire il messaggio ed annuncia immediatamente di voler considerare l’Autorità Palestinese un’entità nemica se il governo di Hamas non rinuncerà alla violenza e non riconoscerà l’esistenza dello Stato ebraico.
Così quel presidente che da una parte sfida Hamas e dall’altra implora Stati Uniti e Israele di non imporre pene collettive a tutti i palestinesi sembra sempre più un barattolo di coccio tra vasi di metallo. Forse già oggi il governo israeliano guidato da Ehud Olmert congelerà le rimesse di tutte le rendite doganali dovute all’Anp e bloccherà i permessi di lavoro della manovalanza palestinese. Senza quei 50 milioni di dollari mensili l’Anp scivolerà verso la rovina. Senza gli stipendi dei lavoratori bloccati nel recinto di Gaza, migliaia di famiglie ritorneranno alla povertà. E la pace resterà comunque lontana.
Ieri le strade tutt’intorno a Ramallah erano chiuse da decine di posti di blocco dell’esercito israeliano. Ma il tentativo di fermare i parlamentari fondamentalisti è fallito. Gli unici a non aver raggiunto Ramallah sono stati i deputati bloccati dalle barriere di Gaza. Gli altri, anticipando il nemico, erano arrivati nella “capitale” tre giorni fa. Fra loro c’è anche Abdel Aziz Duaik, il professore di geografia di Hebron candidato alla presidenza del nuovo Parlamento. Duaik decreta il primo atto della guerra a Mazen. Nell’ultima seduta dominata da Fatah, il vecchio Parlamento aveva approvato un’estensione dei poteri presidenziali al limite della legalità. Un’estensione che il nuovo Parlamento targato Hamas valuterà ed eventualmente abrogherà già nella prossima riunione.