SI PARLA DI SESSO: QUANTI SBADIGLI

Metti una sera a cena attorno a un tavolo, intorno alle 23, un gruppo di uomini di età compresa tra i 25 e i 45 anni, e falli parlare a ruota libera di donne, sesso, tecniche (o presunte tali) di seduzione, infarinature dialettiche di kamasutra, successi e defaillance, aneddoti erotici, motti di spirito più o meno boccacceschi, in un'atmosfera cameratesca che vorrebbe riproporre quella di certe periodiche rimpatriate maschili all'insegna della confidenza virile. È questo l'intento di Sex Talk (mercoledì sul canale satellitare Jimmy, ore 23,10), appuntamento settimanale all'insegna della disinibizione e presentato come «un modo per far sapere alle donne i pensieri nascosti degli uomini», i loro desideri, le loro paure, il loro modo di considerare le questioni sessuali. Diciamo subito che a Jimmy, purtroppo, hanno sbagliato il casting dei protagonisti, o per meglio dire il target sessuale di riferimento, perché sarebbe stato infinitamente più interessante che attorno a questo tavolo si fossero sedute delle donne anziché degli uomini. I maschi si sa già in partenza cosa potranno o non potranno dire in materia di sesso, non hanno sottigliezze acuminate né la necessaria fantasia e dopo pochi minuti di conversazione ne hai subito la conferma: c'è Peppo detto «il califfo» che vanta e millanta le sue conquiste, Sergio il provocatore che si diverte con qualche freddura stile Bagaglino, Diego il fidanzatissimo che è lì per farsi prendere un po’ in giro per la sua segregazione sentimentale spalleggiato da Luca, presentato come «monogamo seriale», a sua volta spiazzato dai racconti di Paolo «lo sperimentatore». Ogni tanto c'è un nuovo ingresso tra i commensali, e l'ultima volta è stato il turno di un gigolò non particolarmente credibile, che sembrava capitato lì per fare esperienza in vista di un possibile ingaggio nel prossimo cast del Grande Fratello. Tra una litania e l'altra di luoghi comuni psicologici cavalcati senza nemmeno l'ombra di un piccolo imbarazzo (frase più gettonata: le donne vanno trattate male) si giunge in genere al momento clou in cui uno dei protagonisti, nel raccontare l'ultimo suo rapporto sessuale, lo descrive così: «Mentre ero lì che facevo patapùm patapùm». È a questo punto che lo spettatore comune, che pure in anni di televisione ne ha viste e sentite tante, capisce di non avere la forza necessaria per reggere l'ultima frontiera dialettica del «patapùm». E dopo aver maledetto per l'ultima volta l'errore di casting accoglie come una liberazione il programma immediatamente sucessivo, che è ogni volta un film hard presentato con la consueta patina di ipocrisia come «di culto», ma in realtà non è niente di più o di meno di un crudo pornone. Lì, almeno, i protagonisti parlano poco.