«Si parte piano e poi si scopre che la vita è migliorata»

Sessantanove anni e non sentirli. Luciano Duchi, direttore tecnico del Gruppo sportivo bancari romani, il più grande di Roma, è la memoria storica del podismo capitolino ed è l’inventore della Roma-Ostia che si corre domani. È lui che ci racconta che la corsa a Roma negli anni è cambiata «in maniera totale. Basti pensare che a cavallo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 gli epiteti degli automobilisti, imbottigliati nel traffico per le gare che si correvano per le strade erano un’abitudine. Oggi è diverso, si corre tranquillamente sotto lo sguardo incuriosito dei turisti in una via dei Fori Imperiali chiusa al traffico».
Ma perché correre piace tanto?
«Mah, per tanti motivi... Ho notato che ci si comincia ad appassionare poco prima dei 40 anni, quando si è raggiunta un po’ di tranquillità sul lavoro: ci si rilassa e magari si prende pure qualche chiletto. Con la scusa di dimagrire si comincia a correre e diventa una malattia: ci si accorge che si sta meglio con se stessi e che il corpo ne trae beneficio».
Capita di vedere gente allenarsi un po’ a tutte le ore del giorno. La mattina, la sera...
«Ognuno sceglie il momento più adatto in funzione delle esigenze lavorative e familiari. Al mattino presto o all’imbrunire. E chi al lavoro ha una pausa pranzo più lunga la sfrutta per allenarsi. Sono i cosiddetti atleti delle 13».
Come si diventa podisti?
«In maniera semplice, si comincia piano, con una camminata e nel tempo si aumentano i ritmi. Così si scopre poco alla volta di poter correre un chilometro in 10 minuti e poi di scendere a 6, 5 e mezzo. Ed è una bellissima soddisfazione».
Insomma, correre è un work-in-progress...
«Sì, si fanno due sedute a settimana, poi quattro, fino a scegliere di correre sei o sette giorni su sette. Si comincia a stare più attenti all’alimentazione. Ripeto, c’è tutto da guadagnare. E poi è un modo come un altro per allacciare rapporti con le altre persone. Sa quante volte mi capita di andare a trovare professionisti e di sentirmi dire dalle segretarie che i loro capi non hanno tempo? Va a finire che parliamo di corsa per ore».
Tanti anni trascorsi a correre e a organizzare eventi sportivi. Qual è il momento che ricorda con maggior piacere?
«Ricordo un anno in particolare, il 1981. Vennero a correre gli etiopi e i keniani, che una settimana dopo avrebbero avuto il Mondiale di cross. E venne pure Miruts Yifter, uno dei migliori atleti di sempre. Ecco, secondo me quello fu l’anno dell’ascesa definitiva delle corse, il momento della svolta».