"Si può essere grandi e non usare la frusta"

È diventato un mito del circo senza mai aver impugnato una frusta. «Si può essere un grande circense anche senza animali, anche se il loro fascino è impareggiabile», dice Egidio Palmiri. È lui il fondatore e deus ex machina dell'Accademia del Circo di Verona, una sorta di campus circense per giovani che sognano di diventare protagonisti dello spettacolo più bello del mondo.

Una famiglia di acrobati volanti diventata celebre in un'Italia devastata dalle bombe; un Paese martoriato in cui i fratelli Palmiri rischiavano la vita ogni giorno per divertire il pubblico delle piazze, anzi delle arene, senza tori da matare, ma molto più pericolose. Non a caso l'originario «Trio Palmiri», fu decimato da due incidenti mortali ai quali è sopravvissuto solo Egidio, salvo per miracolo ma con entrambi i polsi semiparalizzati. «Ai miei tempi il pubblico voleva brividi veri e sbagliare un numero acrobatico significava lasciarci la pelle».

Cinquant'anni di voli su una pertica basculante alta 60 metri inventata e costruita da lui e che un po' ricorda il genio leonardiano nel progettare macchine tra il visionario e il futuristico. «Quando avevo 20 anni - racconta - un acrobata che si fosse esibito usando la rete di protezione o la corda di sicurezza, sarebbe stato considerato un vigliacco». Invece la folla, che per decenni è corsa ad applaudire le «funambolie» dei Palmiri Brothers, considerava quegli uomini alla stregua di supereroi. Un carisma che catturò perfino Giulio Andreotti che volle firmare la prefazione al suo libro autobiografico: «Quando incontro Palmiri avverto con ammirazione che non invecchia. Anzi il suo entusiasmo mi sembra via via crescente. Fui molto lieto nel 1968 di fargli conferire dal presidente della Repubblica l'onorificenza di commendatore. Mai tanto meritata».