«Si può fare»

Evidentemente, è una specie di regola obbligatoria. Una sorta di specialità della casa. E funziona così: quando si vuole far passare per nuovo qualcuno che tanto nuovo non è, lo slogan non può che essere «Si può fare».
È lo slogan di Walter Veltroni, neonuovo in politica da trent’anni. Lo sappiamo e lo leggiamo tutti i giorni, sui manifesti, sulle magliette dei militanti del Partito democratico, sulle fiancate del pullman verde che sta attraversando l’Italia. Ma è stato anche lo slogan con cui ha esordito un altro che sul pullman ci ha costruito un’epopea, l’altra metà della «coppia di flaccidi imbroglioni» che una leggenda metropolitana attribuisce a Massimo D’Alema: il professor Romano Prodi.
Proprio così, il copyright non è di Obama, ma del presidente del Consiglio italiano. Anche il professore, ministro di un governo Andreotti negli anni Settanta (di un governo Andreotti negli anni Settanta!) e grand commis delle Partecipazioni statali per decenni, si presentò agli elettori come un alieno apparso all’improvviso sulla terra della politica, per bonificarla. E la presentazione ufficiale avvenne proprio all’insegna del «Si può fare». Roba che, se l’avesse saputo per tempo Walter - che della discontinuità e del tentativo di far dimenticare Prodi ha fatto il suo punto di forza -, avrebbe cambiato immediatamente slogan.
Andò così. Era il 10 marzo 1995 e Romano aveva un appuntamento storico. A un mesetto dalla decisione di scendere in campo, il prof si presentò al primo incontro pubblico con i vertici dei vari partiti del fronte progressista, ancora freschi di deragliamento della «gioiosa macchina da guerra» occhettiana. Massimo D’Alema fu lirico: «Lei è il leader. Le conferiamo la nostra forza».
E il prof come ricambiò? Proprio così. Con il «Si può fare». Di fronte alla platea della sala Umberto di Roma, Prodi bofonchiò in continuazione il suo «Si può fare», facendone anche una base per il racconto della differenza antropologica fra centrodestra e centrosinistra: «Noi diciamo si-può-fare» sibilò con il suo inconfondibile charme verbale, con tanto di esse che si scioglieva in una specie di «sci può fare».
Romano spiegò anche cosa significava per lui, non senza aver spiegato che l’idea che si potesse fare era stata accolta «con felicità e comprensione» anche in Vaticano. La spiegazione andò avanti con una progressione dialettica quantomeno difficoltosa: «Si può fare significa che si deve fare, perché non possiamo incollare il Paese con lo stesso collante del Polo». E a questo punto arrivò l’analisi antropologica del «si può fare» e la simpatica divisione fra le due Italie, quella buona del prof e quella cattiva del Cav: «Il Polo ha vinto con l’idea che dice Se pò fà, noi diciamo invece “si può fare”. Per loro si può parcheggiare in terza fila, si possono non pagare le tasse, si può fregare l’amico e magari anche la moglie. Un collante formidabile».
Quel giorno si decise in qualche modo che «Si può fare» sarebbe stato anche lo slogan-tormentone della campagna elettorale di Prodi. Poi, andò diversamente e ora Walter lo ricicla.
Fossi in Obama, inizierei a preoccuparmi.