«Si può vivere così?» Sì, cercando Dio negli altri

Dopo tredici anni, Rizzoli ripubblica, nella collana maggiore, Si può vivere così? di Luigi Giussani (pagg. 470, euro 16,50), che fu, nel 1994, una grossa sorpresa anche per coloro che conoscevano i libri del grande sacerdote lombardo. Il libro inaugurò uno stile nuovo, tanto che la parola «romanzo» fu quella più usata, tra i lettori: non perché si trattasse di un romanzo vero e proprio, ma perché era difficile tradurre in altri termini la temperatura, la concretezza storica e il senso di sfida hic et nunc - da un «io» a un «tu» - che la redazione del libro cercò, con successo, di trattenere.
Il libro raccoglie, ordinate per tema, diverse conversazioni tra l’Autore e gruppi di giovani che desideravano intraprendere la via della dedizione totale a Dio (per il popolo: prendere i voti). Anche se sono sposato e ho figli grandi, Si può vivere così? resta uno dei libri fondamentali della mia vita. Non appena avuta in mano questa nuova e bella edizione, mi sono riletto, senza nemmeno sedermi, l’introduzione, dal titolo «La ragionevolezza del cominciare». E dopo tanti anni la domanda è rinata: perché è ragionevole, in questo mondo e in questa vita che è quella di tutti noi, decidere di intraprendere un cammino di dedizione totale a Dio? Perché è ragionevole considerare l’esistenza di queste persone come un paradigma buono per noi tutti, per essere più felici, per stare bene dentro questa vita?
La risposta di Giussani la ricordavo bene: «Si dice ragionevole ciò che corrisponde alle esigenze del cuore». Ma questo cosa significa? Cosa ne abbiamo fatto, cosa ne facciamo, cosa ne faccio io non già di Dio, ma del mio cuore? La questione cristiana, come fu impostata da don Giussani, ha su questo punto la sua chiave di volta antropologica. Avere cura del proprio cuore, prendere sul serio le proprie esigenze: questo è il primo lavoro, essenziale per tutti, sempre.
E il cuore non lo si prende sul serio se si sta fermi. Tenere a se stessi, cercare di essere felici è più pesante «che non andare a vedere una partita di football, per esempio a San Siro, o, meglio ancora, starsene a casa in poltrona a vedere alla televisione la partita», cioè la vita.