Si riaccendono le «Scintille» di Niccolò Tommaseo

Dopo la prima edizione del 1841 non si erano più ristampate le Scintille di Niccolò Tommaseo (Sebenico 1802 - Firenze 1874), opera di originalissima struttura, in cui la prosa e il verso si alternano, ma senza termini di raffronto, specie per il fatto di essere composta in più lingue. Accanto all’italiano, il Tommaseo vi si cimenta nel latino (traduzioni dalle Georgiche di Virgilio e dalle Odi di Orazio), nel neogreco, nel francese e nell’«illirico» ossia in una lingua slavo-meridionale. Questa sezione «illirica» suscitò i sospetti dell’imperiale censura austriaca: scorporata dalle Scintille, venne pubblicata più tardi e separatamente; ma proprio in Dalmazia, rendendosi dunque accessibile alla nazione che ne era la destinataria privilegiata.
Ma perché la censura? Ripresentate oggi a cura di Francesco Bruni e con la collaborazione di Egidio Ivetic, Paolo Mastandrea e Lucia Omacini (Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda, pagg. CVIII-721, euro 45), le Scintille insidiavano davvero il potere costituito? Il richiamo alla coscienza di «nazioni» e «popoli», affinché (ri)conoscessero la propria storia, nella lingua e nell’arte, nelle glorie e nelle sventure, indeboliva ogni assetto statuale fondato sul principio di autorità? Il libro precede di alcuni anni le rivoluzioni italiane ed europee del 1848, ma non si può dire che le prepari. Nella vicenda personale dell’autore le Scintille si legano più direttamente alla raccolta di Canti popolari toscani còrsi illirici greci (usciti fra il ’41 e il ’42), in cui il romanticismo fornisce una delle sue prove più concrete, dimostrando sui testi quanto fertile sia la vena espressiva degli umili, rivelatrice di temi e modi comuni in nazioni pur diverse e lontane fra loro. Letterato per indole e per studio, Tommaseo ammira la poesia sublime e la popolare, spregiando la retorica delle accademie.
Delle Scintille parve facile criticare l’apparente varietà della materia, il succedersi di memorie e taccuini di viaggio, di versioni e meditazioni, coll’inserimento anche di brani epistolari o lirici di corrispondenti e amici, ove servissero a puntellare la trama dell’opera. Ma è appunto la varietà il tratto distintivo di un libro che Bruni, in un’edizione corredata di commenti e note scrupolose, ci riaffida come «unico nella tradizione italiana e, forse, non solo italiana». Opera di uno scrittore escluso dal canone dei classici moderni, canone che invece non lo avrebbe rifiutato, suppongo, in molte altre letterature. Nella nostra debbono avergli nuociuto l’enfasi etico-pedagogica (indirizzata al «popolo» e all’infanzia) e l’antipatia (contraccambiata) per Leopardi: un dissidio ridottosi nell’opinione corrente all’invidia del «piccolo» nei confronti del «grande». Mentre perfino con Leopardi, oltreché col Mazzini e col Manzoni, che venerò, il Tommaseo si dimostra in oggettiva sintonia su più di un punto.
Dove il Tommaseo, nel nome di ideali condivisi, esorta le «nazioni» d’Europa non solo a valorizzare la propria identità storica ma anche a «innestarvi» (e non già a «trapiantarvi» forzosamente) quel che di positivo e compatibile trova nelle civiltà di altre nazioni, lì si legge un poderoso sviluppo del pensiero di Mazzini, e la «scintilla» tommaseana risulta più che mai lucente, persuasiva.