Si ritira Bodiroga il gigante dalla faccia d’angelo

Tutta Roma in piedi per salutare l’ultimo canestro di uno dei più grandi giocatori della storia. Richiesto dall’Nba, preferì fare grande il basket europeo: la sua Jugoslavia, Trieste e Milano, Atene e la Spagna

Cerchi nella notte un filtro, provi a guardare i falchi pellegrini e domandi se ti porteranno in tempo la medicina: hai bisogno di qualcosa perché non vuoi davvero che Dejan Bodiroga, 34 anni compiuti il 2 marzo, arrivi a pronunciare la parola ritiro. No, se ne vadano altri, i campioni devono restare, se poi sono stati fra i più grandi del basket e dello sport europeo allora bisogna trovare l'antidoto. Illusione. Guardi negli occhi faccia d'angelo, è alto 2 metri e cinque ma non lo senti gigante per la statura, ma quei suoi sguardi, quelle sue veroniche, e sai che non tornerà indietro.

È fatto così Dejan, uno che non ha mai trovato ostacoli in un difensore duro, in una lingua difficile. Facile capire perché a Roma ora vorrebbero ritirare la sua maglia numero dieci, normale che alla fine di una partita persa siano rimasti in piedi per 10 minuti ad applaudirlo. Noi vedevamo la gente dell'Eur, ma chi ama il basket, ovunque fosse, appena ha capito, si è alzato dalla sedia per accompagnare verso l'uscita il ragazzo di Zrenjanin, nato fra il Danubio e il Tibisco, che a 18 anni scappò dalla guerra e a 19 decise che sarebbe stato professionista per sempre, ascoltando Boscia Tanjevic, poeta cresciuto fra Belgrado e Sarajevo, allenatore che non ha mai insegnato soltanto fondamentali perché ha sempre privilegiato la crescita degli uomini. Trieste la culla, casa Stefanel la reggia, gli uomini di Bepi i maestri d'arme e di vita. Doveva sfidare americani non ancora completamente tatuati, ma gente tosta.

Era commosso lui ieri mentre salutava tutti nell'albergo di Roma dove ci ha detto che con l'agonismo ha chiuso, dove ci ha spiegato che non farà l'allenatore, anche se la sue rotazioni sul piede perno andrebbero bene pure per guidare gente così lontana dalla sua mentalità, uno che il destino del cavaliere aveva portato ramingo nel mondo. Dirigente dice. A Belgrado, la grande casa. Magari Roma o dove avranno un progetto vero. Ha lasciato ringraziando Ivana Medic, la sua compagna da quasi sempre e il figlio Nikola, allenatori, dirigenti, tifosi, tutti quelli che hanno giocato con e contro di lui. Cose scontate direte voi. No, quando c'è di mezzo Bodiroga sei sicuro che ha ringraziato anche te che, magari, lo hai accarezzato soltanto una volta.

Ha vinto tutto in questo mondo che lo ha scelto per sfidare e battere anche i grandi professionisti Nba (come ad Atene 1998 e Indianapolis 2002) dove non è mai andato anche se nel 1995 era fra le scelte di Sacramento, una scelta alta. Ha preferito restare qui spiegando che questo basket europeo, soprattutto quello che aveva imparato lui, poteva essere grande lo stesso. Non era paura perché si sentiva magari un po' lento, sappiamo come ha trattato tanti piè veloci in giro per i campi di una Olimpiade, un mondiale, nelle coppe, ma senso di Dejan per la vita, per le cose che stanno intorno ad un campione dello sport.

Leale, fantasioso, perseverante e magari un po' ossessivo come quando ti vedeva in difficoltà con una lingua straniera e giurava che se fossi andato a lezioni di serbo da lui si sarebbero aperte le porte di tutto il mondo.

Parte forte nella sua vita italiana da professionista, dopo aver aspettato un anno perché nella baraonda della sporca guerra nessuno sapeva più cosa fare. Nel primo campionato segna oltre 21 punti di media, il 28 febbraio del 1993 fa il suo massimo, 51 in 33', contro la Viola Reggio Calabria, prendendo anche 11 rimbalzi, servendo assist e recuperando palloni. Era la fotografia che serviva per far tacere quelli che, anche a Trieste, non capivano davvero perché Stefanel desse ascolto a quel "pazzo" di Tanjevic che da sempre aveva sfidato la cultura del giocatore mercenario, puntando su gente che aveva anima, pazienza se non era nata e cresciuta negli Stati Uniti. Trieste per stupirci, Milano per dare ad una città che alla fine amò soprattutto lui, dopo la diffidenza del trasferimento di una società dalla culla alla metropoli, poi in viaggio portando sempre qualcosa: al Real Madrid coppe e nuovo orgoglio, al Panathinaikos Atene tutto quello che potevano sognare, al Barcellona l'eurolega che sembrava stregata. In mezzo la sua storia immensa con la nazionale. Certo che dopo 15 anni si sente stanco. Ma per favore non vada troppo lontano, resti per insegnare agli altri cosa è lo stile, l'intelligenza, l'armonia.