Si rompe tubo del gas sul Chiaravagna: città in tilt

Il piccolo Gabriel di 17 mesi era stato ucciso a calci e pugni con durezza inaudita: fegato spappolato, milza ridotta a poltiglia, faccia tumefatta, lesioni gravissime nel resto del corpo sul quale erano stati infieriti colpi senza pietà. Alle 16 in punto di ieri pomeriggio, 17 mesi dopo i fatti avvenuti nell’appartamento di via Costamagna a Oneglia, per i due imputati Elizabete Petersone la madre e Paolo Arrigo il suo convivente è arrivata la sentenza. Il giudice Fabio Favalli, dopo circa due ore di camera di consiglio, in sede di giudizio abbreviato li ha condannati entrambi a 11 anni di carcere. Prima di arrivare alle conclusioni del processo in aula era stata battaglia di perizie.
Il consulente tecnico del Tribunale, professor Marco Canepa, messo a confronto con la ricostruzione del consulente della difesa di Paolo Arrigo, il medico legale Claude Orengo Maglione, aveva ammesso che i fatti non potevano essersi svolti come descritti dalla ragazza. Peraltro la versione della giovane era già apparsa difficilmente ipotizzabile al pm che allora coordinò l’inchiesta, Filippo Maffeo.
Il professor Canepa aveva ribadito che potrebbe non essersi trattato solo di un calcio ma, anche di un colpo inferto con un corpo contundente. Se, Paolo Arrigo dopo un periodo di detenzione, aveva ottenuto la libertà, Elizabete dopo alcuni mesi trascorsi a Pontedecimo, era finita agli arresti domiciliari a Ceriana. Da lì anche dalle sue pagine di Facebook aveva ripetuto la sua innocenza: «Non ho ucciso io mio figlio. Gli volevo bene. Solo lui sa la verità. Lo sogno ogni notte ed è lui che mi protegge», parole che la giovane lettone ha ripetuto anche ieri prima dell’ultimo atto di un processo che, all’inizio della vicenda, era diventato anche mediatico. Gli avvocati difensori che avevano chiesto l'assoluzione ricorreranno in appello.