«Si sbaglia, non sono io la sua talpa»

Massimo Malpica

Capitano Salvatore Scaletta, Antonio Di Pietro l’altro ieri faceva riferimento a lei, durante «Anno Zero», in merito alle circostanze che ruotano intorno alla fuga di notizie su Mautone.
«Fuga di notizie? E che c’entro io con la fuga di notizie? Non mi mettete in mezzo, eh, non ne so niente, io...».
Non era lei a capo dello speciale pool creato da Di Pietro al ministero delle Infrastrutture che indagò su Mautone?
«Certo. Guidavo un gruppo di finanzieri, ho svolto svariati accertamenti. Quello che apprendevano lo giravamo a Di Pietro».
Anche su Mautone?
«Sì, anche su di lui».
Ha rivelato lei a Di Pietro che il provveditore che parlava col figlio di Di Pietro era sotto inchiesta? Lo stesso Di Pietro disse che lo aveva rimosso da Napoli, trasferendolo a Roma, non appena ebbe sentore delle prime avvisaglie dell’inchiesta...
«Guardi... non so... io di certo non ho detto al ministro che Mautone era sotto inchiesta. Se lo seppe, e da chi lo seppe, io non lo so. Gli ho solo fatto presente altre cose su Mautone».
Quali?
«Be’, ora non posso...».
In che senso non può?
«Non mi va neanche di dirlo... notizie che poi abbiamo sviluppato».
Ma è importante. Di Pietro ha cambiato versione quattro volte.
«Credetemi, davvero non mi va di parlare».
Ci scusi capitano. Ma Di Pietro ha raccontato che seppe dell’inchiesta a luglio 2007, e questo combacerebbe con i tempi delle sue informazioni su Mautone. Coincidenza?
«Non mi va di dire altro. È vero che gli dissi alcune cose su Mautone, come su altre persone, ma non rivelai niente che fosse coperto dal segreto istruttorio».
Non ci verrà a dire che erano esposti anonimi...
«Ma no».
Di Pietro a «Repubblica» ha fatto cenno ad anonimi.
(silenzio)
Senta capitano, ma voi riferiste all’autorità giudiziaria queste notizie su Mautone?
«Che io ricordi no, non mi pare».
Ma Di Pietro dice il contrario.
«Be’... diciamo che non ricordo nello specifico sulla vicenda Mautone. In generale, però, se riuscivamo ad ottenere notizie con rilevanza penale, le giravamo, sì».
Conosce il collega della finanza, colonnello Mazzucco, sospettato di essere la talpa dell’inchiesta di Napoli?
«No, non che io ricordi almeno».
Di Pietro ha detto di aver chiesto alla Finanza del personale per il suo ufficio di controllo al posto dei soliti raccomandati. Ma lei, lo conosceva già Di Pietro, no?
«No, cioè sì... in che senso scusi?».
Quando ancora lei era un maresciallo, non era tra i sottufficiali più fidati dell’ex Pm ai tempi di Mani pulite?
«Be’, sì, ho lavorato per molto tempo a fianco del pool e di Di Pietro».
Ed ha avuto qualche problema, se non ricordiamo male...
«No, nessun problema...».
Scusi capitano, ma lei non venne perquisito dalla procura di Brescia nell’inchiesta su Antonio Di Pietro?
«Ah sì, ma non ce l’avevano con me. Cercavano cose su Di Pietro. Non mi hanno mai indagato, o almeno credo».
Ma non era sempre lei che finì in quella storiaccia di soffiate fattegli fuori verbale da Pacini Battaglia, o di quelle informative con notizie (risultate false) contro l’avvocato Carlo Taormina, difensore di molti imputati di Mani pulite?
«Sì. Ho avuto anche io di riflesso qualche problema, è vero. Ma io sono stato interrogato da più procure sempre come testimone».
Con Antonio Di Pietro in che rapporti è oggi?
«Ci sentiamo ogni tanto. A Natale auguri via sms e al telefono».
Davvero non ci vuole dire cosa disse a Di Pietro su Mautone? «No, davvero non mi va. Non posso. Grazie, arrivederci». Clic.