Si scatena la caccia all’uomo: «Colpite sbirri e giornalisti»

Interisti e laziali contro il «nemico» comune al grido: «Ora vogliamo un altro Raciti»

Qualcuno è perfino dovuto scendere dalle rampe di San Siro e passare i tornelli al contrario. In quella mezz’oretta dalle 13 (apertura dei cancelli) alle 13,30 circa (ufficiale: Inter-Lazio «rinviata a data da destinarsi»), gli ultrà nerazzurri e gli irriducibili in trasferta hanno avuto il tempo di pianificare per bene la loro domenica bestiale. Alla notizia che non si sarebbe giocato il piazzale davanti alla Curva Nord e le vie attorno allo stadio erano ormai molto popolate. Alla notizia che non si sarebbe giocato, però, in pochi hanno fatto dietrofront. Al massimo è tornata a casa qualche famiglia: sul volto delusione e sconcerto. I capi delle tifoserie organizzate hanno messo mano ai cellulari, e in un attimo ecco il corteo non previsto e non autorizzato. Almeno in trecento, interisti e laziali (peraltro gemellati), si sono coalizzati contro i nemici di sempre: polizia e carabinieri, bersaglio di insulti e minacce. Subito dopo, nella lista degli «assassini da vendicare per la morte di Gabriele», mettono i cronisti. Alle 14,30 quando la folla marcia lungo il perimetro del Meazza non c’è nemmeno un uomo delle forze dell’ordine. Le uniche divise in giro sono quelle dei dipendenti Atm, in piazza Axum: a scanso di problemi si chiudono nei tram. Spuntano un paio di striscioni: «Amato dimettiti», «Per Raciti si ferma il campionato, la vita di un tifoso non ha significato». Sotto le sciarpe tirate fino al naso e i cappellini calati sugli occhi, gli hooligans alla milanese oggi non vogliono applaudire i giocatori, anzi pretendono «l’immediata sospensione di tutte le partite in calendario». Pretesto subito scavalcato. È aperta la «caccia allo sbirro e al giornalista infame».
La città è nelle mani dei violenti. L’assaggio è pronto al vicino commissariato di Polizia in via Novara (lasciato deserto), assaltato con lanci di pietre, bottiglie, fumogeni. Un falò di foglie secche lambisce un’auto di servizio, una finestra va in frantumi. Seconda tappa del tour intimidatorio, la sede Rai di corso Sempione. Nel tragitto due giornalisti e un operatore tv sono presi a calci e pugni. Il nastro della telecamera sparpagliato sull’asfalto e bruciato. Così, «tanto per chiarire che non vogliamo spie appresso» avvertono i duri. I gruppetti di supporter romani seguono l’onda dei padroni di casa con l’aria di chi s’unisce a una gita fuori porta. «Chissà se ci portano a vedere il Duomo», scherzano due fidanzati che cantano «odierò la polizia» mano nella mano. Romanticismo nero.
Arriva il momento della «puntatina» alla Rai. Coi trecento a sfidare gli agenti, faccia a faccia, in mezzo soltanto uno spartitraffico. Hanno il coraggio di urlare: «Vogliamo un altro Raciti». Chiude una giornata di brutalità collettiva pure la sfilata sotto la Madonnina. «In attesa degli ultrà milanisti e bresciani, uniti a noi in questa battaglia». Annunciata. Già da una settimana, su Internet, i Boys interisti facevano notare: «La facilità nello screditare l’efficacia dei decreti sta diventando imbarazzante». Purtroppo hanno ragione.