«Si sono ripresi Vika soltanto perché con lei potevamo salvarli tutti»

Due anni e un mese o poco più. In casa di Chiara e Alessandro Giusto, a Cogoleto, il tempo è passato. Sembra un secolo. No, sembra un attimo da quel maledetto 29 settembre del 2006, quando Vika, la bambina bielorussa che aveva commosso mezza Italia con la sua esperienza di disagio e violenze subite nell’orfanotrofio di Vileika, era stata caricata dalle autorità italiane contro la sua volontà su un aereo per Minsk. Un mese prima le due nonne se l’erano portata via, in Valle D’Aosta, per evitarle il rimpatrio dopo che il tribunale dei minori di Genova aveva ritenuto illegittime le richieste dei Giusto di protrarre la permanenza della bambina in Italia per curarla. Ma la fuga era finita sui telegiornali con le foto delle «rapitrici». E alla fine le avevano trovate.
«A distanza di tempo sono ancora più convinta che noi avremmo potuto aprire la strada per salvarne tanti», racconta Chiara con le lacrime agli occhi. Se solo i magistrati avessero ascoltato Vika. Ma il suo urlo disperato è rimbombato nel vuoto.
«Non volevamo andare contro la legge, ma non potevamo fare diversamente», racconta Chiara. Si guarda intorno. Nella casa che si affaccia sul lungomare assolato della Riviera ci sono ancora le tracce insistenti di un grande amore. I giochi da bambina, le fotografie del mare o della gita con la parrocchia. Qualche vestito. Non si sa mai che qualcuno capisca, che lei possa tornare, magari anche solo per un breve periodo, insieme con il fratello Sasha, nel frattempo diventato un ragazzone di 16 anni, accompagnata dai genitori «provvisori» bielorussi, che l’hanno accolta su ordine, sì, del governo di Minsk, ma con amore. Loro avevano già Sasha e i due figli loro. Adesso aspettano tutti i mesi i pacchi e il denaro che arrivano dall’Italia. Per tirare avanti. Sperando in un futuro migliore anche per se stessi.
E qui come si tira avanti? «Sono passati due anni, ne dovranno passare altri sei quasi per riaverla con noi - dice Chiara, mamma da un anno di Emanuele, un trottolino vivace e bellissimo -. Finché non sarà maggiorenne. Ma cosa succederà nel frattempo? Sta vivendo un periodo delicato per qualunque ragazzina che si trova ad avere 12 anni e mezzo, ma per lei che si sente sola e tradita nella sua fiducia di bambina, è anche peggio».
Intanto c’è il processo per sottrazione di minori. Oggi saranno sentite Chiara e sua mamma, Maria Elena Dagnino. A settembre sono sfilati davanti ai magistrati gli altri imputati: Alessandro Giusto, marito di Chiara, suo padre Aldo e la mamma Maria Bordi. E due sacerdoti: il parroco di Cogoleto don Danilo Grillo e il canonico Francis Darbellay, responsabile del convento in cui la bambina restò ospite un mese insieme alle nonne. Fu proprio don Grillo su richiesta di aiuto dei Giusto a prendere contatto con padre Francis. Gli spiegò, come ha ripetuto in tribunale, che c’era una bambina da ospitare «per prendere tempo in maniera che si potesse tranquillizzare in vista di un eventuale rimpatrio». Vika non voleva tornare nell’orfanotrofio dove - e ci sono le perizie mediche del Gaslini - aveva subito violenze fisiche e psicologiche. «Noi in quel mese in cui tutta l’opinione pubblica si concentrò su di noi, speravamo che qualcuno comprendesse le ragioni di Vika, ragioni umanitarie. Invece ci hanno fermati perché con lei potevamo salvarne tanti», ripete Chiara. «Oggi sono diversa, sono disillusa, non credo più nella giustizia, sono vacillati tanti valori su cui ho basato la mia vita. Siamo stati ingenui. Certo, andiamo avanti perché siamo genitori di Emanuele che è un dono e una gioia immensa... Però Vika...». A Vika non è andata come a Tatiana Kazyra. Lei, ad agosto si è rifiutata di salire sull’aereo che da San Francisco avrebbe dovuto riportarla a Minsk. La ragazza è stata quindi ascoltata dal tribunale americano della California che ha stabilito che la ragazza, per motivi umanitari, poteva restare. Con buona pace dei bielorussi, che dopo una serie di proteste, si sono dovuti rassegnare. «Non sapevamo nulla, una mattina ci siamo trovati la televisione di Stato russa sotto casa - racconta Chiara -. Le telefonate dagli Stati Uniti in quei giorni sono state moltissime, per noi la conclusione di quella vicenda è stato un nuovo motivo di amarezza. Loro hanno rispettato la Convenzione dei diritti del fanciullo, quello che avevamo chiesto di fare anche noi per Vika».
Così non è stato. La professoressa Maria Rita Parsi, presidente della Fondazione Movimento Bambino, intervenuta al processo per sottrazione di minore come sostegno di appoggio alle prove tecniche presentate dalla famiglia Giusto ha chiarito in aula quale sia stato l’impatto emotivo sulla bambina del rimpatrio forzato. «La fuga - ha detto -, è stata una maniera formalmente non consona alle regole legali, ma forse rispettosa dei codici umani e dei bisogni della bambina che si sentiva accolta con affetto e difesa come non le capitava di essere da sempre. Durante la fuga era con le nonne che la proteggevano e aveva la prospettiva di una soluzione al problema. È anche uno stress essere accolti e poi tornare in certe situazioni». E al pm che le chiede come vive ora Vika lei risponde. «Ora Vika non vive. Aspetta».