«Si sono rotte le ginocchia non il mio sogno olimpico»

nostro inviato a Monte Campione (Bs)

Casa Fanchini: in mezzo al bosco, ai margini di Monte Campione, sotto un cielo cupo e timidi fiocchi di neve. Guardando la sorella Elena in televisione, Nadia cerca con gandhiana rassegnazione di raccattare i cocci del suo grande sogno olimpico. Questi sogni sono puri e fragili come la porcellana: basta un attimo per mandarli in frantumi. Lei se l'è lasciato cadere dalle mani a pochi giorni dal realizzarlo: era il 31 gennaio, a Saint Moritz. Un volo pazzesco, due gambe da ricostruire. E bye-bye Vancouver.
Sdraiata sul letto di casa, dove l'hanno deposta una settimana fa e da dove può uscire soltanto per passare sulla carrozzella, Nadia mi aggiorna la situazione clinica come fosse la caposala di ortopedia: «Due crociati di entrambe le ginocchia, due collaterali, tendini e legamenti vari. Un disastro». Ne avrà per otto mesi. Il dottor Giacomo Stefani, dopo averla ricostruita a Brescia, le ha garantito che ripartirà «anche questa volta». Il significato dell'ultima frasetta è tutto chiuso nella forsennata carriera di Nadia, spericolata della discesa, sorella di spericolate. Lei, figlia di mezzo, ha 24 anni. Elena uno in più, Sabrina due in meno. Messe sugli sci subito dopo il girello dal papà, che lavora qui agli impianti di risalita, il terribile trio è cresciuto compatto e incontenibile, secondo la mamma un trio di maschiacci, un trio tornado, un trio però meravigliosamente affiatato, perché le gioie e i crucci di ciascuna sono le gioie e i crucci delle altre due.
Ad unirle, il talento e le vittorie. Ma anche tanta, tanta, tanta traumatologia. Il succitato dottor Stefani conosce le loro ossa come un gioco di shangai: le ha ricomposte un tot imprecisato di volte. Mentre Elena gareggia nella libera olimpica, realizzando il sogno per tutte e tre, Nadia racconta la sua carriera di giovane martire delle nevi. Anche questo è sport, anche questo può chiarire qualcosa a chi crede che lo sport sia soldi, successo e bellavita. «Gareggio nel grande giro nazionale da quando avevo 18 anni: praticamente, soltanto la passata stagione l'ho iniziata e conclusa senza incidenti. Ho già rotto il crociato un'altra volta. Ho rotto un polso. Nel 2007, in val d'Isere, sono volata su un salto e mi sono girata, cadendo di schiena e di testa. Mentre volavo, mi chiedevo come sarei finita. È finita con un trauma cranico. Ho perso la memoria per un po', ma un mese e mezzo dopo ero già in gara…».
Le è capitato di perdere la memoria, non ha mai perso la voglia di correre. Non la perderà nemmeno stavolta. «Mi succede di dire basta, santo cielo, non ho voglia di ricominciare da capo. Ma poi, dopo i primi attimi di disperazione, torna fuori la passione. Sono nata sugli sci, per gli sci ho sacrificato gli studi, il tempo libero, tutto. L'idea della gara fa parte di me. Anche adesso, che sono qui mezza paralizzata, ho una sola idea in testa: tornare al più presto davanti al cancelletto di partenza, e poi buttarmi giù, fortissimo, con tutta me stessa, fino al limite…».
Certo, il limite è un confine subdolo: questione di millimetri. «La caduta fa parte del gioco. Io e le mie sorelle siamo sempre cadute. Anche in allenamento. Quanti infortuni, quanto dolore, quanto ospedale. Ma è la nostra vita. Certo ci sono anche quelle che riescono a non cadere mai, né in gara, né in allenamento, per un'intera stagione. Non so come facciano, forse guardano sempre il limite da lontano…».
Arrivano le frittelle della mamma. Nadia guarda la televisione e cerca di resistere: «Ci sono anche queste cose: bisogna stare attente al peso, non posso esagerare». A quest'ora, dovevi stare là, magari con la medaglia al collo: «La medaglia non so, ma ci credevo. Le Olimpiadi le ho assaggiate da ragazzina, quattro anni fa. Ottava e decima, niente male. Ma ero come in gita scolastica. Stavolta facevo sul serio, invece sono qui a rimpiangere. Certo, non finisce qui, conto di esserci tra quattro anni: ma chi può dire come sarà, chi può dire se ancora starò con le più forti…».
Per il momento, fa solo la tifosa. «Con le mie sorelle non c'è rivalità. Quando gareggiamo, io chiedo solo che arrivino in fondo sane e salve. Anche stavolta: mi spiace solo che non sia riuscita a concludere la gara. Non mi interessa il risultato. E se Elena mi batte, sono felice. Così lei. Quando mi ha salutato partendo per Vancouver, era un po' triste. Sognavamo di vivere insieme anche questa esperienza. Non è andata così, bisogna farsene una ragione».
Le gambe si riaggiusteranno, il sogno olimpico forse, la campionessa chissà. Nadia vuole crederci, ma sa che non sarà facilissimo. «A novembre torno in pista. Spero di rompere il ghiaccio in gara. E stavolta solo quello… Poi ci vorrà tanta pazienza. I miei tecnici lo chiamano anno di transizione. Io dico: un altro?? Sto diventando vecchia, a forza di transizione. Ma questo è niente. Il problema vero è un altro…».
Anche lei, la giamburrasca di casa Fanchini, l'indefessa cliente di ortopedia, la martire delle nevi, qualche nube in testa se la ritrova: «È umano, credo: dopo certi danni, pensi a quel che è successo, a cosa poteva succedere. E allora, magari, finisci per lasciarti condizionare…».
Nadia, come chiamarlo questo avversario fetente? «Tanti sportivi lo conoscono. Te lo ritrovi accanto ogni giorno, dopo un grave incidente. Devi fare di tutto per vincerlo, ma è cocciuto e tenace. È la paura di tornare e riscoprirsi improvvisamente timorosi, incerti, insicuri. Adesso, io la chiamo la paura della paura. Non è un avversario: è un nemico».