Aiuto, si è spaccato internet

Bei tempi, quando c'era Internet. Intendiamoci: la Rete delle Reti, formata da milioni e milioni di computer collegati tra loro, è oggi più presente e importante che mai. A essere tramontata è l'idea di base, l'utopia che muoveva i pionieri degli inizi, quella di un cyberspazio libero e libertario, in cui qualsiasi tipo di elaborazione del pensiero potesse circolare in linguaggio digitale, senza confini e limitazioni.

Vint Cerf, considerato uno dei papà del web, creatore di alcuni dei più importanti protocolli, le regole di base che governano Internet, si è lamentato qualche tempo fa: «Noi non avevamo idea del futuro, volevamo solo che funzionasse: ora però che è in mano a tutti, c'è gente che ha l'unico obiettivo di provocare danni o ricavarne un vantaggio, di danneggiare o manipolare i sistemi democratici. Dobbiamo reagire». Per Cerf Internet è diventata una specie di isola della Tortuga infestata da troll e programmi robotizzati, dove scorrazzano indisturbate le peggiori fake news, dove semi di odio e intolleranza vengono diffusi ad arte sui social. Ma non c'è solo questo: in discussione è la stessa architettura di fondo, basata sui concetti di apertura e globalità. Oggi alla Rete si stanno sostituendo «le» Reti, tante repubbliche autonome, separate da muri sempre più alti: c'è un'Internet cinese, quella russa, una indiana, perfino tra Europa ed Usa le differenze stanno crescendo anno dopo anno. In molti casi gli spazi di libertà si restringono, quelli della censura aumentano.

CONTROLLO CINESE

A teorizzare esplicitamente la svolta è il governo cinese, quello che si è spinto più avanti su questa strada. La parola d'ordine di Pechino è «cyber-sovranità»: Stato e partito unico non possono limitarsi a fare da spettatori nello spazio virtuale, il loro compito è di intervenire, controllare e orientare. Secondo il presidente Xi Jinping la cybersovranità rappresenta «il diritto di ogni Paese a scegliere in indipendenza il proprio percorso di sviluppo digitale, il modello di regolazione e di politiche pubbliche per Internet e di partecipare alla governance del cyberspazio su un piano di parità». Per raggiungere questi obiettivi il governo ha creato una nuova agenzia pubblica, che in inglese si chiama Cyberspace Administration of China, amministrazione del cyberspazio cinese. È quest'ultima a gestire la «Grande muraglia informatica», un insieme di misure giuridiche e tecnologiche che proteggono il pubblico cinese da informazioni e influenze esterne. Colossi come Facebook, Google e Wikipedia nel Paese asiatico non possono operare, fornitori di accesso e di tecnologia devono collaborare per oscurare i siti non allineati.

Più o meno le stesse cose accadono in Paesi come Myanmar o la Turchia o in alcuni stati del Golfo, che non si sono spinti fino alla teorizzazione della censura come in Cina, ma intervengono pesantemente sulla Rete non appena vedono messi in discussione i propri equilibri politici. Così, nel 2017, un rapporto della Freedom House, ente non governativo con base a Washington, ha rilevato che il cosiddetto «indice della libertà globale» di Internet (che dà il voto alla possibilità di accesso e alla piena espressione del proprio pensiero via web) è risultato in calo per il settimo anno consecutivo. È la Rete in versione autocratica, che alza nuovi confini virtuali e che ha un suo opposto nella Rete come «bene pubblico» che è andata emergendo in India. Qui, nella più grande democrazia del mondo, non ci sono limitazioni di contenuto, ma l'intervento dello Stato nel mondo virtuale è visto come una chance per superare in un colpo solo l'arretratezza educativa e reddituale. Una serie di piattaforme digitali pubbliche costituiscono l'ossatura del web. Attorno a Internet ruota per esempio l'Aadhar, il più grande progetto di identificazione biometrica mai tentato al mondo. Ad ogni cittadino viene assegnato un codice di 12 cifre, che rappresenta la sua carta identità virtuale e che è collegato alla scannerizzazione delle sue impronte digitali, dell'iride e del volto. Il sistema consente di identificare, soprattutto nelle campagne dove gran parte della popolazione è priva di documenti cartacei, i destinatari di sussidi statali, riducendo al minimo illeciti e sprechi.

STATO CONTRO LIBERTÀ

L'intera serie di infrastrutture digitali di creazione pubblica è conosciuta come «India Stack» e al suo interno convivono una serie di progetti diversi: dal servizio che verifica i dati dell'acquirente e facilita le compravendite digitali, al sistema di pagamento elettronico per trasferire fondi attraverso lo smartphone.

La natura statale dell'Internet indiana riduce gli spazi degli operatori privati e si pone in diretto contrasto con l'esperienza del paese guida del mondo virtuale, gli Stati Uniti: qui a far crescere la Rete sono state una serie di startup diventate ormai dei colossi. A contribuire al loro successo due regole di base: la prima è l'ampia libertà nell'utilizzo dei dati; la seconda è la sostanziale irresponsabilità delle piattaforme tecnologiche per quanto viene postato sulle loro pagine. Youtube, per esempio, non è considerato colpevole se qualcuno lo utilizza per mettere in Rete l'ultimo disco di un cantante di successo, al massimo deve eliminarlo su richiesta dell'interessato.

Proprio questi principi, però, sono stati messi pesantemente sotto accusa dai Paesi del Vecchio Continente, che con due provvedimenti dell'Unione europea ha dato l'assalto al modello americano. Il regolamento sulla privacy entrato in vigore l'anno scorso (dalle iniziali inglesi è conosciuto come Gdpr) stabilisce un principio fondamentale agli antipodi di quello dominante a Washington: la titolarità dei dati personali è esclusivamente individuale e l'interessato può agire in ogni momento per vietarne ogni tipo di utilizzo. Il secondo insieme di norme, ancora in via di approvazione, è invece quello per la tutela del copyright, non a caso contestatissimo da giganti americani come Google o Facebook.

SOTTO ACCUSA

Con diversità di approccio politico come quelle tra Usa e Cina (o anche Russia, vedi l'altro articolo in pagina), con conflitti di interesse come quello emerso a cavallo dell'Oceano Atlantico, non meraviglia che a finire sotto accusa sia stato l'intero governo globale di Internet. E anche in questo caso a spingere di più per una riforma sono stati i cinesi. Dalla sua nascita la Rete è gestita da un complesso sistema di organizzazioni non profit e non governative come l'Icann (che assegna i nomi dei domini) e come l'Internet Engineering Task Force, che propone e definisce gli standard tecnici. Enti privati e indipendenti, ma proprio per questo pochissimo graditi a chi ha un'impostazione, per così dire, «sovranista» della Rete.

«La Cina pensa a un mondo di Internet nazionali, con un controllo governativo giustificato dai diritti di sovranità di ogni Paese», ha scritto Adam Segal, docente di Relazioni Internzionali sulla rivista Foreign Affairs. Per questo vuole smantellare l'attuale governance della Rete, considerata troppo vicina agli interessi americani e a quelli dell'Occidente. Al suo posto chiede che anche del web si occupino le Nazioni Unite.