Si è spento Mino Reitano Rimase il ragazzo del Sud

Nel ’62 ad Amburgo si esibì con quelli che poi diventarono i "Fab Four".
L’esordio a Sanremo nel ’67, ma rimase sempre il ragazzo del Sud: <strong><a href="/video.pic1?ID=mino_reitano">guarda il video</a></strong>. Per la Vanoni scrisse <em>Una ragione di più</em>. Sei mesi fa disse: <strong><a href="/a.pic1?ID=324301">&quot;Soffro, ma la mia fede in Dio non vacilla&quot;</a></strong>

Se ne è andato come ha sempre vissuto, combattendo, a pugni stretti. Ieri sera Mino Reitano è morto dopo esser stato inseguito per due anni da un tumore che aveva provato a battere in sala operatoria nel 2007 e poi ancora poche settimane fa, a novembre. I funerali saranno giovedì 15 nella chiesa di Agrate Brianza a pochi passi da dove viveva con la moglie Patrizia e dalla figlia Giuseppina Elena in quella «Reitanopoli» che lui aveva costruito per parenti e amici negli anni con lo slancio impagabile che gli regalava l’amore per la famiglia (l’altra figlia, Grazia Benedetta, arriverà oggi).

Aveva, quest’uomo piccolino con una voce tenorile, sessantaquattro anni e un bagaglio di ricordi lungo da qui a lì. Tutti ricordano quello che lui non smetteva di ripetere e che cioè, in fondo, c’era anche il suo nome sui cartelloni di quel club di Amburgo dove suonavano anche i Quarrymen, i quattro musicisti che qualche mese dopo, era il 1962, diventarono i Beatles.

Ma Mino Reitano era innanzitutto il cantante di Fiumara Calabra che, prima di andarsene a suonare in Germania, per otto anni si era rimboccato le maniche al Conservatorio di Reggio Calabria, imparando a conoscere pianoforte, violino e tromba. Era gentile, generoso e molto caciarone e soprattutto si dava da fare per un unico scopo: arrivare al successo. Ci riuscì - ah, che tempi quei tempi - solo dopo un bel po’ di gavetta, dopo averci provato al Festival di Castrocaro nel 1966 senza lasciare null’altro che l’eco della sua voce. Ma l’anno dopo, al Festival di Sanremo, arrivò con un brano scritto da Mogol e Battisti, Non prego per me. Allora nacque davvero Reitano, uno dei cantanti che, volenti o nolenti, hanno definito la nostra musica leggera del Dopoguerra.

Spesso deriso anche dai colleghi, talvolta ingiustamente folclorizzato dalla critica, Mino Reitano ha pur sempre dominato otto edizioni di Canzonissima, ha composto la splendida Una ragione di più per la Vanoni e alla fine dei Settanta fu persino applaudito e premiato come scrittore per il romanzo Oh Salvatore.

Certo, poi c’era Sanremo. Ne fece cinque, non vinse mai e una volta nel 1988, cantando Italia composta con Umberto Balsamo, sfiorò come non aveva mai fatto quei toni di allegro populismo che diventarono il lasciapassare all’ironia di molti. In realtà Reitano era così, sincero e appassionato e fedele, e chiedetelo ad esempio al personale dell’Hotel Royal di Sanremo, che ricorderà senz’altro il suo sorriso senza difese, la sua allegria senza barriera, i suoi tratti che alla fine facevano comodo a tutti: alla gente, che vi si riconosceva. E ai radical chic, agli intellettuali dal paso doble che spesso lo spernacchiavano.

Ma c’è molto, in Reitano, dell’italianità più soffice e primitiva: quella ricerca della famiglia e del timore di Dio, la beata consapevolezza che, a furia di darci dentro, prima o poi arriva finalmente quello che sogni. A lui è riuscito sempre, quasi sempre.

Gli ultimi due anni sono stati un calvario di cui nell’ambiente discografico si diceva, magari sottovoce, la sofferenza e l’affanno. E ieri sera, appena trapelata la notizia, Pippo Baudo ha subito detto le quattro parole giuste per uno come Reitano: «Era un bravissimo ragazzo, ostinato, il classico emigrante con grande voglia di arrivare, esuberante, simpatico». E in effetti era così, a qualsiasi costo.
Durante la malattia, qualche volta è apparso in tv, sofferente e stralunato almeno finché non allargava il sorriso e tutto pareva finire lì, in attesa di un acuto e magari di qualche ritornello famoso. «Perdo un amico prezioso», ha subito commentato Little Tony, che avrebbe dovuto incontrarlo a giorni. «Con lui e Bobby Solo ci siamo molto frequentati anche fuori dal lavoro in questi anni».

Un altro grande interprete di questa stagione, Massimo Ranieri, ha detto: «Per me era come un fratello maggiore. Mi mancherà molto». E oggi, senz’altro, tanti altri commenti arriveranno a ricamare quest’addio che è anche la fine definitiva di un’epoca, quella delle canzonette che una generazione di italiani si è portata in quella valigia di cartone che gli ha fatto conquistare il mondo.