Si sveglia dal coma dopo 19 anni. La sua prima parola: "Mamma"

Dagli Usa la storia che inquieta la comunità medica. Terry Willis, 45 anni, nel 2003 ha improvvisamente ripreso conoscenza e cominciato a parlare

Milano «C’è almeno un caso scientifico di risveglio dopo diciannove anni. La verità è che non sappiamo nulla sul coma perché nessuno fa ricerca. Le certezze sono solo supposizioni arroganti» dice Rita Formisano, primario dell’Unità post-coma dell’Istituto Santa Lucia di Roma. Sa di non sapere: «Eppure sono venticinque anni che mi occupo di pazienti in coma, non credo siano molte le persone a poterlo dire».
Il «caso scientifico» è Terry Wallis, un quarantacinquenne americano che nel 2003 si è risvegliato dopo diciannove anni dal coma. È passato da uno stato di incoscienza (tecnicamente «di minima coscienza») all’improvviso recupero della parola. I dottori avevano detto che non si sarebbe mai risvegliato. Invece, quasi vent’anni dopo l’incidente stradale del luglio 1984 non solo si è svegliato, ma si è messo a parlare. Come prima cosa ha detto «mamma», chiamando colei che si era ostinatamente opposta a qualsiasi tentativo di agevolare una sua silenziosa uscita dalla vita. Poi ha detto «Pam», il nome dell’infermiera che in quegli anni si era presa cura di lui. La trattografia (una risonanza magnetica con tecniche molto avanzate) e gli altri esami clinici hanno dimostrato che le fibre cerebrali si sono riorganizzate e hanno ripreso a funzionare senza l’intervento di alcun farmaco.
Un miracolo? Per chi immagina i miracoli come effetti speciali di un film di Spielberg, nulla di simile. Sicuramente un attentato alle certezze di molti studiosi dell’attività cerebrale. «Era solo l’inizio» spiega il sito del Terry Wallis Fund che racconta la sua storia. Pian piano il vocabolario di Terry si è ampliato e lui è ancora faticosamente in lotta per migliorare. The Journal of Clinical Investigation, rivista scientifica, riporta il caso in un articolo in cui spiega come il paziente abbia recuperato «un linguaggio comprensibile». Quando ha ripreso conoscenza era convinto di essere ancora nel 1984 e che fossero trascorse non più di quarantotto ore dall’incidente tra i monti dell’Arkansas.
L’unica differenza tra lui ed Eluana - spiega la professoressa Formisano - è che Eluana si trova in stato vegetativo e Terry era in stato di minima coscienza: «Ma è una distinzione molto sottile, il confine è talmente labile che persino noi facciamo fatica a diagnosticare la condizione del paziente». La letteratura scientifica internazionale, aggiunge l’esperta, attesta che c’è un’alta percentuale di errore diagnostico, pari al quaranta per cento. Vuol dire che quattro volte su dieci i due stati si confondono. Di più: «A volte, quando faccio lezione agli specializzandi in neurologia e andiamo insieme in visita ai pazienti in stato vegetativo, a sorpresa capita che mostrino reazioni emozionali inaspettate o un’improvvisa capacità di seguire con lo sguardo che non avevano mai manifestato». Per poi magari tornare in stato vegetativo, che significa «nessun contatto con l’ambiente esterno e non rispondere ad alcun tipo di comando». Insiste: «È una distinzione estremamente sottile».
Nessuna certezza. E qualche suggestione dal racconto della vita di Terry Wallis. I suoi familiari non hanno mai accettato la diagnosi dei medici sulle condizioni di quel ragazzo che a diciannove anni era precipitato in un fiume con un volo che gli aveva distrutto la testa. Contro ogni evidenza, hanno deciso di fare come se nulla fosse accaduto e tenergli sempre un posto a tavola o in poltrona al cottage sul fiume. Così l’album di famiglia è pieno di foto di Terry con espressione assente e il cappello di Babbo Natale, Terry inebetito davanti al tacchino il giorno del Ringraziamento, Terry con la canna da pesca tra le mani immobili strette tra quelle del fratello.
Diciannove anni di ostinazione premiati da quelle improvvise parole. Ma un solo caso basta a parlare di evidenza scientifica? La professoressa Formisano questa volta non ha dubbi: «Nella letteratura scientifica esistono solo casi singoli perché sono pochissimi gli studi controllati su popolazioni di pazienti in coma. Eppure ricercare significherebbe trovare un farmaco che consenta di uscire dal coma».