Si svuota il paese della faida infinita. A San Luca restano donne e bambini

L’ultimo episodio di un conflitto lungo 16 anni. Inascoltato l’avviso dell’ex prefetto De Sena. E i rinforzi promessi non sono mai arrivati

Reggio Calabria - Due giorni dopo il Ferragosto di sangue di Duisburg, a San Luca c’è una quiete che annuncia tempesta. È come rincorrere i buoi dopo aver aperto la stalla. Nel paese dell’Aspromonte strade deserte o quasi. Forze dell’ordine e giornalisti si contendono il silenzio dei residenti rimasti, rigorosamente donne e bambini, e lo «stupore» del sindaco Giuseppe Mammoliti.

Il parroco don Pino Strangio ieri era a casa della madre di una delle vittime, la più giovane. «Ho pianto con lei», dice al Tg3 Calabria. Degli altri «maschi», anche di quelli non legati a vincoli di parentela con vittime e presunti carnefici, nessuna traccia da giorni. Durante la scorsa notte carabinieri, poliziotti e finanzieri hanno eseguito decine di perquisizioni in case, garage, scantinati e zone abbandonate. Niente.

La strage del 15 agosto rientra nel macabro rituale della faida tra le famiglie Pelle-Vottari-Romeo e gli Strangio-Nirta. La guerra che si combatte anche per il controllo del territorio è iniziata con l’agguato di San Valentino del 1991. A morire, qualche giorno dopo uno scherzo di Carnevale (un lancio di uova marce), furono Francesco Strangio, 20 anni, e Domenico Nirta, 19. Giovanni Luca Nirta e il fratello Sebastiano rimasero feriti. Dopo un silenzio durato 15 anni, la guerra riesplode la notta di Natale dell’anno scorso, quando Maria Strangio, moglie di un pregiudicato dell’omonima famiglia, viene freddata sotto casa a 33 anni. Nella sparatoria rimangono ferite altre tre persone, tra cui un bambino di cinque anni. Il pronto intervento delle forze dell’ordine, durante il funerale, rimanda l’ennesima sparatoria all’inizio di quest’anno, quando viene ucciso un pastore di 59 anni, Bruno Pizzata. Il 21 maggio scorso tocca al 56enne Rocco Aloisi, titolare di un bar a Bovalino, mentre il 12 luglio scorso a Bianco perde la vita Giuseppe Campisi, bracciante agricolo di 35 anni. Due settimane fa è Antonio Giorgi, 56 anni, l’ultima vittima prima della strage tedesca.

A giugno, in mezzo alla mattanza, era anche arrivato l’allarme dell’allora superprefetto di Reggio Calabria, Luigi De Sena, davanti alla commissione Antimafia: «Ci sono fondati motivi di preoccupazione per i sintomi tipici che preludono all’avvio di una faida». E qualche settimana prima il procuratore della Repubblica reggina Franco Scuderi e il coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Reggio, Salvatore Boemi, avevano invocato l’intervento del ministro della Giustizia, Clemente Mastella. «Stiamo per fronteggiare una nuova fase del crimine organizzato, una guerra cruenta tra cosche per contendersi investimenti pubblici e privati».

Dopo mesi, però, di quel rinforzo di 60 unità promesso dal Guardasigilli non c’è traccia. Così come non è stato ancora istituito il terzo posto di procuratore aggiunto nella Procura di Reggio Calabria. In compenso De Sena è stato costretto a lasciare la città dello Stretto.

Nonostante tutto i magistrati della Dda si sono mossi chirurgicamente grazie alle rivelazioni del pentito di ’ndrangheta Paolo Iannò: 228 arresti in 28 blitz chirurgici solo nel 2007 che hanno destabilizzato gli equilibri delle ’ndrine.