Si tratta sull’immunità, ma Casini alza il prezzo

A dispetto dei no del leader molti nell'Udc sono favorevoli a dare più garanzie ai parlamentari. Casini ha bocciato la riforma della giustizia ma le voci su
un’apertura alla maggioranza sull’immunità parlamentare che il premier
vorrebbe reintrodurre non si sono arrestate nemmeno ieri 

Roma - Hanno fatto di tutto per dare alle notizie un corso diverso. Di questi tempi meglio non apparire troppo filogovernativi, per giunta sul tema incandescente della giustizia. Pier Ferdinando Casini prima e poi il segretario Lorenzo Cesa hanno quindi buttato cenere sul fuoco, ridimensionando le voci che danno l’Udc disposta a far tornare l’immunità parlamentare smentendo i retroscena che raccontano, su questo fronte, una marcia di riavvicinamento verso Silvio Berlusconi e il conseguente allontanamento dal Terzo polo. Una sorta di crisi di rigetto garantista soprattutto nei confronti di Futuro e libertà, sempre più marcata dalle posizioni dei falchi.

Casini ha bocciato la riforma della giustizia ed è arrivato ad accusare la maggioranza di ritrovare l’unità solo sull’immunità. Ma le voci su un’apertura alla maggioranza sull’immunità parlamentare che il premier vorrebbe reintrodurre non si sono arrestate nemmeno ieri ed è toccato al segretario Cesa censurare «l’enfasi» dei retroscena che ne davano conto. Anche se con motivazioni di circostanza. Per l’Udc «le priorità in Italia sono ben diverse e nessuna iniziativa parlamentare può essere condivisa se nasconde intenti auto-assolutori o di ridimensionamento dell’autonomia dei magistrati».

Il vero problema lo aveva illustrato meglio Casini giorni fa parlando delle intercettazioni: «È un problema che doveva essere affrontato a inizio legislatura. Adesso non so cosa stiano architettando». In altre parole, siamo d’accordo su riforme che riportino l’accento sulle garanzie, comprese quelle per i politici, ma appoggiarle adesso sarebbe politicamente controproducente.

Con la nascita del Terzo polo, insomma, l’Udc di Casini sospende la «opposizione repubblicana», che non escluderebbe convergenze con la maggioranza. Una rinuncia sofferta, per nulla scontata e difficile da reggere nel medio periodo, anche perché il Dna democristiano è più che garantista e l’Udc su questi temi ha semmai difficoltà ad allinearsi con i compagni di strada terzopolisti. Basta andare indietro di tre mesi per trovare dichiarazioni «berlusconiane» di Casini. «Oggi parlare di immunità sembra un’eresia ma a livello europeo, sotto una forma nuova rispetto a quella che era prevista dalla nostra Costituzione, c’è. E nessuno si è scandalizzato». Argomentazioni simili si sentono ancora nelle assise del partito centrista. Difficile quindi, se e quando il governo riporterà il tema dell’immunità dei parlamentari nell’agenda delle riforme, che l’Udc continui a trincerarsi dietro la tesi del «non è il momento».

Su questa contraddizione, peraltro, l’Udc è in buona compagnia. Il ritorno all’articolo 68 della Costituzione nella versione originaria introdotta dai padri costituenti per mettere al riparo il potere legislativo dal condizionamento del potere giudiziario, è stata caldeggiata negli ultimi anni da politici di entrambi gli schieramenti. In prima linea, per l’appunto, gli ex Dc, compresi quelli del Pd come Marco Follini o Oscar Luigi Scalfaro, che la considerava un «male minore» rispetto al processo breve. Ma la carrellata del popolo pro immunità - che ieri l’agenzia stampa il Velino si è presa la briga di passare in rassegna - è nutrita. Ci sono ex magistrati come il senatore Pd ed ex Pm Gerardo D’Ambrosio, il procuratore capo Vittorio Borraccetti esponente di Magistratura democratica), il pm Nello Rossi (altro esponente di Md), fino a Luca Palamara, presidente dell’Anm. Francesco Cossiga, a inizio legislatura, aveva depositato una proposta di legge. Il presidente emerito è scomparso. Ci sono invece quelli che prima volevano l’immunità e oggi no, perché la chiede Berlusconi.