Si uccide il gioielliere che sparò ai banditi Roma

Massimo Mastrolorenzi crede di aver ammazzato la donna e s’impicca Era distrutto dopo l’accusa di omicidio volontario a 6 anni da una rapina<br />

Roma - È finita con il collo stretto da un cappio appeso nel corridoio della sua casa della periferia romana la vicenda di Massimo Mastrolorenzi, gioielliere di 65 anni, l’uomo che sopravvisse - con fatica - all’angoscia di avere spento due vite, ma non è scampato ieri al terrore di averne uccisa una terza. Quella - l’ultima - della compagna Michelina Brufani, di venti anni più giovane di lui, descritta da tutti come una donna piacente, massacrata di botte ieri prima di pranzo in una casa al secondo piano di una palazzina in via Casalotti 168, periferia che odora di borgata, per una questione di gelosia. Lei lo tradiva, era convinto Mastrolorenzi. Troppo bella, troppo giovane per lui. Temeva di perderla e ossessionato la pedinava, si camuffava per scoprire una seconda vita che invece non c’era. Così i due litigavano da settimane, quasi tutti i giorni. Duelli verbali e non solo: continui, esasperanti, qualche giorno fa perfino l’intervento della polizia. Ieri l’epilogo: lui si incrudelisce contro la donna, la picchia, la picchia ancora poi si ferma. Lei è inanimata, lui crede di averla uccisa e non sopporta l’idea. Si impicca nel corridoio, appendendo una corda a una grata del controsoffitto. La donna si risveglia: scioccata, sanguinante, tumefatta, viene vista da una passante, una 42enne serigrafa che stava recandosi al lavoro a bordo della sua auto, guardare fuori dalla finestra, lo sguardo perso: arrivano i soccorsi, i vigili del fuoco entrano nell’appartamento servendosi di una scala. La donna è malridotta, molte le fratture riportate, viene trasportata al Gemelli, è in prognosi riservata. A pochi metri da lei il cadavere dell’uomo. Per lui ormai non resta che l’autopsia: l’esame verrà svolto ora, ma non si attendono sorprese. Così almeno fanno intendere i carabinieri della compagnia di Ostia, guidati dal tenente colonnello Scanio Giuseppe La Gala.

C’è la gelosia, dietro questa esplosione di furia cieca. Ma di certo Mastrolorenzi era un uomo esasperato, da sei anni quasi un uomo finito. Da quando, il 9 maggio 2003, due uomini erano entrati nella sua gioielleria in via Aldo Manuzio, a Testaccio: Giampaolo Giampaoli e Roberto Marai. Quello che accadde quel pomeriggio nel popolare rione del centro di Roma non fu mai chiarito del tutto. Mastrolorenzi raccontò di un tentativo di rapina da parte dei due, di lui legato e imbavagliato nel retrobottega, poi romanzescamente libero e con un’arma in mano, quella che il gioielliere teneva sempre in tasca, di Marai che impugna anche lui un’arma, poi risultata un giocattolo, del gioielliere che terrorizzato spara. Bum: cade Giampaoli. Bum: cade Marai. Un racconto con qualche contraddizione, canovaccio iniziale di una vicenda giudiziaria piena di sorprese. Mastrolorenzi venne dapprima prosciolto, l’11 marzo 2005, dal gup Giorgio Maria Rossi, ma la Corte d’Appello annullò quella decisione e rinviò gli atti alla Procura. Da qui il rinvio a giudizio per eccesso colposo di legittima difesa il 20 ottobre 2006. Il processo iniziò il 16 maggio 2007, ma prima Mastrolorenzi finì ancora nelle cronache per essere stato trovato a bordo di uno scooter con armi regolari e irregolari. Ciò che gli costò una condanna a otto mesi. «Volevo uccidere mio fratello e poi ammazzarmi», disse al gip Renato Laviola, parole che allora furono interpretate come il vaneggiamento di un uomo seminfermo di mente, ma che ora assumono un significato molto più sinistro. Otto giorni fa, il 20 febbraio, un nuovo colpo per Mastrolorenzi: il pm Erminio Amelio, sollecitato dal giudice monocratico di Roma Roberto Ranalli, aggravò le accuse per il gioielliere da eccesso di legittima difesa a omicidio volontario. «Mi ripeteva che la sua vita era cambiata dopo quella rapina», diceva ieri sconsolato Maurizio, 50 anni, lontano parente. «Le vicissitudini giudiziarie lo avevano segnato - raccontano alcuni abitanti della zona, che è città ma sembra un paese -. Ripeteva continuamente che i due rapinatori avevano la stessa età dei suoi figli». Mastrolorenzi aveva chiuso il negozio di Testaccio, aprendo un’altra oreficeria nei pressi San Pietro. Ma il lavoro ormai lo interessava poco. Le sue ossessioni erano il ricordo di quella maledetta rapina di sei anni prima e la sua donna. «Ultimamente - spiega un barista della zona - non andava neanche più a lavorare: era diventato sospettoso, aveva paura di una vendetta da parte di qualcuno vicino ai due rapinatori uccisi». Dei tre protagonisti di quella maledetta rapina ora non ne è rimasto nessuno. Come in un film, come in una maledizione.
(ha collaborato Stefano Vladovich)