Si uccide il manager che conosceva i segreti delle banche dati Tim

Si è lanciato da un ponte a Napoli. La polizia ha perquisito il suo ufficio fino a tarda sera. Si indaga per istigazione al suicidio

Gianluigi Nuzzi

da Milano

Adamo Bove, 42 anni, il manager che conosceva i segreti di Tim e le sue banche dati più riservate, si è suicidato. Ieri, verso le 13 a Napoli, ha parcheggiato la sua berlina e dal cavalcavia di via Cilea, nel quartiere collinare del Vomero, si è lanciato nel vuoto schiantandosi su una carreggiata della tangenziale. Proveniente dalla Digos e capo della sicurezza di Tim sotto la gestione di Marco De Benedetti, Bove dal febbraio scorso era diventato responsabile della funzione Security governance di Telecom, struttura creata dopo lo scandalo interno che portò all’uscita dal gruppo di Giuliano Tavaroli. Cosa abbia spinto Bove al suicidio ancora non è chiaro. Per tutto il pomeriggio e fino oltre le 22 la polizia postale su delega del sostituto procuratore Pietro Saviotti ha perquisito l’ufficio di Bove nella sede di Roma.
Secondo l’agenzia Agi, Bove era indagato dalla Procura di Roma per violazione della privacy, accusato di aver «spiato» alcune persone attraverso una rete informatica. Ma l’indiscrezione non trova conferma. A Napoli invece il pm Giancarlo Novelli ha aperto un procedimento per istigazione al suicidio come ipotesi. Di certo, appena rientra dalle ferie, della vicenda si interesserà anche il sostituto procuratore di Milano Stefano Civardi che da tempo ha aperto un fascicolo sulle commistioni tra l’ufficio all’epoca diretto da Tavaroli, alcune agenzie di investigazioni private e, eventualmente, la prima divisione del Sismi.
Bove aveva un ruolo chiave nell’azienda. Il suo team infatti coordinava la protezione dei dati personali, dei cosiddetti «tabulati telefonici» della clientela, dai quali è possibile ricavare una serie impressionante di informazioni sui soggetti oggetto delle interrogazioni. Secondo gli investigatori della Procura di Milano, le banche dati sarebbero state oggetto di frequenti violazioni con periodici accessi grazie al cosiddetto sistema «Radar». Quest’ultimo permetteva agli operatori, senza lasciare traccia, di ottenere tutti i tabulati dei clienti. E, soprattutto, di incrociare i dati con due sistemi informatici. L’analyst note book che consente di unire i tabulati di più persone per trovare i punti di contatto. Il secondo invece, enterprise miner, permette invece su una mole consistente di dati di selezionare quelli che interessano. Si possono così conoscere i dieci numeri più chiamati in certi orari o in certi luoghi. Fino agli spostamenti. Perché, ovviamente, gli agganci da cella a cella telefonica offre una mappa precisa dei viaggi e dei movimenti nelle città del telefonino e quindi del proprietario.
Quanto tutto ciò c’entri con questo suicidio è presto per dirlo. Di certo Telecom e i manager del gruppo stanno attraversando un periodo difficile. Tanto che il gruppo ha di recente denunciato, ad esempio, La Repubblica perché dietro i suoi articoli si nasconderebbero delle speculazioni in Borsa proprio sui titoli telefonici. Fino alle acquisizioni più recenti da parte dell’autorità giudiziaria. Quella di Milano, ad esempio, solo qualche giorno fa, ha chiesto tutte le fatture pagate da Tim e Telecom a un nutrito gruppo di società, italiane e straniere. La magistratura vuol verificare che non siano state emesse per creare fondi extracontabili.
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