Si uccide Mario Cal l’alter ego di don Verzè

L’ex vicepresidente dell’ospedale milanese Mario Cal si è sparato nel suo ufficio. Indicato come il responsabile di un collasso finanziario che - prima
dell’intervento del Vaticano - rischiava di travolgere l’impero. Con
l’ombra di una possibile inchiesta penale. <strong><a href="/interni/dal_ciclismo_sanita_manager_che_non_volle_diventare_numero/19-07-2011/articolo-id=535656-page=0-comments=1">Dal ciclismo alla sanità, il manager che non volle diventare numero uno</a></strong>

Milano - «Tu diventerai il mio successore». Gliel’aveva detto più volte, don Verzè. Ma il sogno finisce con un colpo di pistola alla tempia, nel suo ufficio ormai sgombro del San Raffaele. Mario Cal, ex vicepresidente del colosso ospedaliero, si è ucciso ieri mattina, poco dopo le 10, nella stanza che era stata la sua vita, tra gli scatoloni che ne raccoglievano la storia professionale, ambiziosa e sfortunata. Travolto da un insuccesso che pesava sulle sue spalle e che stava pagando per tutti. Rimosso dal suo incarico. Indicato come il responsabile di un collasso finanziario che - prima dell’intervento del Vaticano - rischiava di travolgere l’impero. Con l’ombra di una possibile inchiesta penale. L’erede di don Verzè l’hanno trovato per terra, nel sangue. Hanno tentato un soccorso estremo, portandolo in rianimazione. Inutilmente.

Cal, 72 anni, è entrato nel suo ufficio di via Olgettina. Con sé aveva la pistola regolarmente denunciata. Prima di premere il grilletto, il manager ha scritto due biglietti. Poche righe. Uno alla segretaria, Stefania. Il secondo - affettuoso e affranto - alla moglie, senza riferimenti alle ragioni che lo stavano spingendo al suicidio. Poi, il colpo alla testa. Mario Cal è caduto a terra, ancora vivo. Nella stanza sono entrati una dottoressa e un addetto alla sicurezza. Hanno cercato di soccorrerlo, e nel farlo hanno spostato la pistola mettendola in un sacchetto. L’idea era di preservare l’arma, in realtà «contaminandola». Il pm Maurizio Ascione - che ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, per poter svolgere più rapidamente gli accertamenti - ha sequestrato la pistola, disposto l’autopsia e l’audizione dei testimoni. Anche l’ogiva, in un primo momento, non è stata trovata. Ma non c’è nessun giallo. E non è questa l’indagine che riserverà sorprese. C’è altro, su cui sta lavorando la Procura. Ed è - con ogni probabilità - proprio quello che stava angosciando il vicepresidente del San Raffaele.

Sono i bilanci in rosso, le operazioni finanziarie hanno spolpato il gigante ospedaliero, travolto da un buco di quasi un miliardo di euro. Per questo, poche settimane fa, Cal era stato sentito come persona informata sui fatti dal pm Luigi Orsi, al quale ieri è stata affidata l’inchiesta sui conti del San Raffaele. Un faccia a faccia «sereno e collaborativo», lo descrivono ora gli inquirenti, voluto dalla Procura per accompagnare la procedura di concordato amministrativo verso cui si stava orientando il San Raffaele. Ma sulle operazioni finanziarie che hanno affossato l’impero di don Verzè, ora, i magistrati intendono fare chiarezza. La Finanza comincerà a verificare le criticità già sottolineate dai revisori dei conti. I documenti e i pc di Cal sono stati sequestrati, sia nel suo ufficio che nella sua abitazione. Eccola, l’ombra che potrebbe essersi è allungata sulla sua vita. Aver perso tutto, ma non solo. Essere stato estromesso da ogni incarico, ma non solo. E non solo lo «sfratto» dal suo ufficio o l’isolamento in cui le banche l’avevano relegato ritenendolo il responsabile di una gestione finanziaria dissennata. Forse, l’idea che una vita spesa per costruire un impero venisse spazzata da un fallimento o da uno scandalo. «Non sono mai stato così addolorato nella mia vita come in questi giorni», aveva detto il manager al suo legale, l’avvocato Rosario Minniti. Ma, insiste il legale, «non c’è stata una mala gestione, piuttosto una gestione non imprenditoriale».

La Procura, ora, scaverà in quel baratro a nove zeri che stava inghiottendo la Fondazione San Raffaele, tra aerei, residenze in Sardegna, e affari immobiliari in Brasile che hanno mangiato milioni su milioni. Operazioni che portavano la firma di Cal. Ma che altri, ora, dovranno spiegare.