Siamo alle comiche: Fini e Di Pietro compari

Dai primi flirt di Mani pulite al corteggiamento sul caso Cosentino,
tra il presidente della Camera e Tonino c’è aria di inciucio
anti-premier. Già nel 2007 stavano per allearsi. Negli ultimi mesi il filo diretto. Il capogruppo Idv: "Lo vogliamo capo
dell’opposizione"

Roma - Separati alla nascita. Lui, segretario di un partitino oppresso dai fantasmi del passato. E Lui-l’Altro, Pm in cerca della liana giusta dopo essersi lanciato dalla masseria alla fabbrica, dalla Polizia al Palazzo di giustizia di Milano. Correva l’anno 1992 e il destino, a entrambi, sorrise benevolo. Antonio Di Pietro scoperchiò il vaso di Pandora, Gianfranco Fini fece quadrato affinché nessuno s’azzardasse a rinchiuderlo. Non erano soli: c’era il Pool guidato dal sapiente Borrelli e la piazza scalpitante di mezza Italia.

Chissà in quale cassetto Fini ha conservato i guanti bianchi sfoggiati più volte, in quei mesi, per inneggiare al falò di Mani pulite. Un simbolo importante, perché lì avvenne il miracolo, lì s’appiccò la fiamma che tiene ancora avvinti Gianfranco e Tonino. Non il ricordo della stagione di rivolta, ma un sistema di valori semplici o solo semplicistici, la seduzione irrefrenabile per la giustizia delle manette, l’attrazione fatale per il sospetto anticamera della verità.

Ma è il termine «valori», che andrebbe annotato. Fino a Tangentopoli, gli unici a sbandierarli erano i missini: una scala che trovava in «Legge e Ordine» il puntello cardine. Se questa fu la dote di Gianfranco, Tonino ci mise il lavoro quotidiano da Pm (non essendo - a tutt’oggi - ancora chiaro a quali «valori» si ispiri). Fatto sta che della scintilla iniziale, quando le circostanze della vita tornarono a metterli in corsie parallele, Di Pietro ricordò la lezione. E «Italia dei valori» fu.

Un partito che sarebbe quello di Fini, se le cose della vita avessero senso. Se la vita fosse scontata, se sulla strada di entrambi non fosse piombato un macigno di nome Berlusconi. Eppure, come negli amori contrastati, i tentativi per vedersi anche solo fugacemente, prima o poi riescono. Capitò per esempio durante il governo Prodi, quando la strana coppia si presentò in un hotel per presentare un comune disegno di legge anti-Casta (in realtà anti-Beppe Grillo). Era l’ottobre del 2007. Hanno poi continuato a seguirsi da lontano, fiutando l’aria in attesa dei momenti propizi che, per entrambi, sono segnati dall’orologio della giustizia.

Anche certi minuti dettagli, in storie come questa, hanno la loro importanza. Galeotto lo studio al primo piano di Montecitorio: la voce che i due si siano visti più volte (non una) in questi mesi, non è stata certo sopita dalla smentita dipietrista. «Di Pietro mente e non è la prima volta», giura Bobo Craxi, sicuro che «se non ci fosse stato il predellino avrebbero persino fatto un accordo elettorale». In effetti se ne parlò in ristretti cenacoli nell’autunno 2007, quando Prodi era «poeta morente», Veltroni meteora nascente e Fini pensava (pensiero fisso) che Berlusconi fosse politicamente morto e il discorso del predellino una «comica finale».

Il diavolo, ancora una volta, ci mise lo zampino. Mesi e mesi di passi perduti, fino alla vicenda del sottosegretario Cosentino. Quando cioè l’insofferenza di Gianfranco per Silvio (con i suoi intimi si spingerebbe persino a definirlo «odio») ha trovato il presidente della Camera impegnato a distruggere la candidatura del coordinatore campano accusato di camorra. È il 17 novembre scorso: Fini durante una capigruppo s’apparta con un alto funzionario e con il capo dei deputati dipietristi, Massimo Donadi (per intendersi, quello che lo ha proposto capo dell’opposizione). Il tema: come poter presentare la mozione di sfiducia, visto che di prammatica si possono chiedere soltanto per i ministri. L’insistenza di Fini e Donadi a trovare «precedenti», alla fine, ha avuto successo.

Siamo davvero all’«entente cordiale» sospettato da Craxi junior? Al matrimonio che s’annuncia in forma di «comica finale», secondo la Santanchè? Certi meccanismi della politica, una volta messi in moto, bruciano tappe. E non è sbagliato immaginare che, fuori dal Pdl, scettico com’è sull’intesa tra Casini e Rutelli, Fini rompa gli indugi e convoli, come nell’Amore ai tempi del colera di Garcìa Marquez, a giuste nozze. Come Firmino Ariza e Fermina Daza, «dopo cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni».