«Siamo ancora fermi a Prodi: qui comandano gli oligarchi»

RomaSindaco Massimo Cacciari, che succede nel Pd?
«Niente di nuovo sotto il sole: tra di noi il gioco democratico interno si traduce nello scassarci a vicenda».
Cos’è? Masochismo?
«È che nel nostro partito non s’è aperto un confronto serio, non s’è discusso sui grandi temi».
Problema di leadership?
«Quando si sceglie un segretario in quel modo... Che autorevolezza può avere un leader legittimato così?».
Il suo «peggio il tacon del buso»?
«Sì, ma guardi che non ce l’ho con Franceschini. Secondo me, poi, sta facendo bene. Dico solo che è stato messo lì in seguito a una decisione dell’oligarchia interna».
Ed era meglio fare il congresso subito?
«L’ho detto e ripetuto fino alla nausea. Risultato: zero autorevolezza nella scelta della linea di partito».
Pistelli e Domenici che s’insultano via blog?
«Bisognerebbe capire la situazione toscana. Al di là del caso specifico noi facciamo le primarie, che sono una bellissima cosa, ma poi non siamo capaci di giocare a questo gioco. Manca una linea chiara».
Sui respingimenti Chiamparino e Fassino...
«Eh no, la fermo subito: posto che interrompere i flussi migratori è impossibile, bisogna avere il coraggio di dire come stanno le cose».
E come stanno le cose?
«Si dica che l’Italia non è in grado di rispettare le leggi internazionali. Si dica: “Mi piange il cuore ma non ho i mezzi per fare le opportune verifiche sul diritto d’asilo”».
Pure sul referendum c’è baruffa. Molti sono contro la linea del segretario.
«Mantengo fermo il mio sì: la giusta provocazione per trovare una legge migliore dell’attuale porcellum».
Dice Rutelli: col premio al partito di maggioranza si consegna il Paese a Berlusconi.
«Non sono affatto convinto che il referendum piaccia a Berlusconi. Se vince il sì nel Pdl scoppiano delle contraddizioni laceranti con la Lega».
Candidature europee: cosa c’entra il sardo Berlinguer nel Nordest?
«Nulla. È la ciliegina sulla pervicace volontà di non capire che la nostra risorsa erano e sono gli enti locali. Come durante l’era Prodi».
Prodi?
«Certo: allora si disse “no” a una struttura federalista del partito. Si disse “no” al Partito democratico del Nord. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti».
Quindi fa come Pistelli con Domenici?
«No. Sarò il primo a dare una mano a Berlinguer».
Collocazione europea del Pd: non è un escamotage creare una cosa nuova per non finire nel calderone del Pse?
«Sarà fondamentale vedere che tipo di rapporti ci saranno con le forze del centro in Europa ma anche in Italia».
E se non si apre a Casini?
«Si finirà nel Pse».
Caso Noemi: sinistra salottiera e snob?
«Un applauso a Franceschini: sulla vicenda si sta muovendo bene togliendo un po’ di patina spocchiosa, presente in molti colleghi di partito».
Velinismo nei criteri di selezione delle candidature?
«Una condizione che riguarda tutti. I partiti tradizionali si sono sfasciati. Certo il Pdl è in vantaggio. Con una grande contraddizione, però».
Che sarebbe?
«Berlusconi ha una cultura antipartito ma ha come alleato l’unico partito che somiglia al vecchio Pci: la Lega».
Tra Italia dei valori e Pd si aprirà la resa dei conti dopo le elezioni?
«Spero che il Pd sopravviva, si rilanci e riprenda le aspirazioni della prima fase di Veltroni».
... E che molli Di Pietro?
«La differenze culturali e politiche sono abissali. Le alleanze si dovrebbero stabilire volta a volta, sulla base di programmi chiari e netti».