«Siamo alla frutta Ma evitiamo processi al leader tipo vecchia Inter»

Roma«Siamo all’Anno zero della sinistra italiana, ci è esplosa un’atomica in casa. E c’è il bisogno di ritrovarci, anche fisicamente, di riaffermare la nostra esistenza e identità». Per questo oggi in piazza ci sarà anche lui, Fabrizio Rondolino. Giornalista, scrittore e autore tv, ex uomo-immagine di Massimo D’Alema segretario dei Ds e presidente del Consiglio, era molto tempo che Rondolino non manifestava.
E stavolta andrai?
«Ci vado sì. Trovo surreale la discussione che continua sull’andare o no, come se i riformisti non potessero manifestare. Certo non ha senso misurare in piazza la forza delle proprie posizioni politiche, tanto meno dopo una straordinaria vittoria elettorale e popolare come quella di Berlusconi. Ma manifestare fa bene, e oggi la sinistra ne ha bisogno».
Bisogno perché?
«Perché è una dimensione che non va sottovalutata in politica, e tanto più per la sinistra. Stare insieme, ritrovarsi in tanti, camminare insieme, condividere slogan, ascoltare il comizio del leader: fa parte di quella dimensione romantica, utopistica, emotiva che serve a un partito di opposizione, soprattutto quando la sua dimensione razionale non è così salda e definita. Certo una manifestazione non è l’orsacchiotto di pezza con cui si possa sostituire la politica. Ma la sinistra non può vivere solo di programmoni tecnocratici alla Prodi o di risanamento dei conti alla Padoa-Schioppa. Soprattutto in un momento in cui bisogna ricominciare da zero».
Perché da zero?
«Non prendiamoci in giro, ci è scoppiata l’atomica in casa. Il Pd ha preso più o meno i voti dei progressisti di Occhetto, la sinistra è fuori dal Parlamento, l’ex alleato Di Pietro è una forza di destra populista con cui è necessario rompere. Abbiamo bisogno di ritrovarci, e per farlo va bene anche una manifestazione. Che non credo sarà anti-berlusconiana: sarà di riaffermazione della nostra identità».
Sei diventato veltroniano?
«Parliamoci chiaro: potrei discettare per ore dei limiti della linea di Veltroni. Ma penso che non si debba fare. Il Pd è tutto quello che abbiamo, e Veltroni è il suo leader. È stato scelto dagli oligarchi, mica ha fatto un colpo di Stato. Però si è preso 3 milioni di voti alle primarie, si è difeso con onore in una campagna elettorale che nessuno avrebbe potuto vincere in quelle condizioni: attribuire a lui una sconfitta già scritta nella pietra è totalmente ingiusto. Ha fatto il meglio che poteva, e ora va lasciato lavorare: questa legislatura è la sua. E non è che se domani al posto suo mettessimo Cuperlo o Zingaretti, D’Alema o Letta cambierebbe qualcosa in meglio. Non sono veltroniano, ma voglio metterlo alla prova. Il continuo litigio su chi comanda è deleterio».
E però nel Pd sembrano non fare altro da anni...
«Siamo passati dal segretario a vita del Pci, che per essere sostituito doveva morire o almeno avere un infarto come Natta, al modello Inter: una sindrome psico-distruttrice per cui si cerca di cambiare allenatore ogni tre mesi. È ora di finirla, se no siamo davvero alla frutta».