SIAMO GIORNALISTI NON CE NE SCUSIAMO

Mi rendo conto, ormai mangio pane e Rilke. Cito «Il futuro entra in noi molto prima che accada» tre volte al giorno, prima e dopo i pasti, e sono parecchio ripetitivo.
Ma, ormai, la frase di Rilke, peraltro scippata persino dai Ds per un loro antico congresso, è la fotografia di quello che è diventato e sta diventando questo Giornale. E cioè punto di riferimento di tutte le principali questioni di Genova e della Liguria, qualcosa di più di un semplice organo di stampa che fotografa le situazioni, ma uno stimolo, un pungolo, un osservatorio privilegiato e a volte anticipato di quello che avviene dalle nostre parti.
E questo vale in tutti i campi. Nella politica, ovviamente. Dove, quando prendiamo posizione, lo facciamo non per oscuri interessi, ma per quello che crediamo possa diventare il bene di tutti i moderati. Nella lettura della vita economica cittadina. Nell’analisi della situazione della cultura a Genova e in Liguria. E, ovviamente, anche nel settore in cui i pareri spaccano di più: lo sport.
Nei mesi scorsi, ad esempio, abbiamo fatto molto arrabbiare alcuni tifosi genoani per aver anticipato il verdetto sulla retrocessione in C dei rossoblù. Non era un auspicio, ovviamente. E nemmeno l’espressione di una convinzione di colpevolezza del Genoa. Ma solo un’analisi di quello che avrebbe potuto accadere alla luce dei precedenti e delle carte in mano alla giustizia sportiva, che giudica con parametri completamente diversi da quella ordinaria. Poi, purtroppo, le nostre analisi si sono confermate corrette. E i tifosi genoani hanno capito che la nostra volontà era solo quella di non prenderli in giro, come invece facevano altri, alla ricerca di qualche facile applauso o consenso. Alla fine, tutti, anche i più arrabbiati, sono tornati a casa. Perchè questa è la loro casa. Una casa dove hanno trovato anche nuovi amici che, nel frattempo, ci avevano scoperto proprio grazie alla nostra schiettezza e forse anche alla nostra ruvidezza.
Ora, una situazione analoga, certo molto meno drammatica, si sta verificando con la Sampdoria. La nostra analisi che continua da mesi e che ha individuato nella fine di un ciclo e nella partenza di un nuovo corso blucerchiato, più umile, la strada per il Doria, è diventata immediatamente l’argomento centrale del dibattito sportivo della città. Perchè - e qui sta il punto - ormai, persino in campo sportivo, persino per arrabbiarsi, persino per dire che sbagliamo tutto - non è più possibile prescindere da questo Giornale.
Certo, a volte i toni, soprattutto i miei, sono di qualche ottava sopra le righe. Ma serve a farsi sentire, nel panorama di un dibattito dove c’è gente che parla e che scrive da anni senza aver mai detto nulla. Versione sportiva dell’Arnaldo Forlani che, un giorno, dopo aver parlato per un quarto d’ora, ai cronisti che gli facevano notare: «Ma, segretario, non ha detto nulla!». E lui, serafico: «Pensate che potrei continuare per ore».
Insomma, è chiaro che - in una Genova abituata a certi giornalisti omeopatici, in alcuni casi difficilmente distinguibili dagli addetti stampa delle società - i nostri toni possono dare fastidio a qualcuno. E ci scusiamo, io per primo, se sono stati troppo forti, o magari hanno urtato la sensibilità di qualcuno. In particolare, ci scusiamo di una sola cosa: se non ci siamo spiegati bene e c’è stato chi ha capito che avessimo voluto parlare a nome di tutti i tifosi sampdoriani. In moltissimi la pensano come noi, molti altri no.
Quello di cui non ci scusiamo e non ci scuseremo mai è di non guardare in faccia a nessuno. Di non fare un’informazione doppiopesista. Di dire sempre le verità, anche le più scomode. Di ascoltare i lettori e i tifosi, più che i potenti. E questo voi dimostrate di apprezzarlo, lettori vecchi e nuovi, sempre più numerosi che non finiremo mai di ringraziare per la passione che ci riservate. Sempre più forte.
Per tutti questi motivi, in una parola, non ci scusiamo e non ci scuseremo mai di fare i giornalisti.