«Siamo musulmani, nessuno ci vuole aiutare»

Manila Alfano

«Siamo musulmani e per questo nessuno ci aiuta. Vivere in un Paese induista per noi non è semplice. In questa situazione è impossibile». Abdul Rashid si lamenta. Sopravvissuto al violento terremoto che sabato scorso ha fatto quarantamila morti, ora denuncia lo stato di abbandono in cui si trovano i musulmani del Kashmir indiano.
Abdul fa il «portatore». Gira su commissione, con la sua bicicletta con portabagagli, da una casa all’altra, dai negozi alle abitazioni, trasportando ogni genere di cose. Oggi pedala veloce con coperte e sacchi di iuta. Tutto quello che riesce a recuperare dalle macerie per aiutare la sua gente. Dachi, il suo villaggio, non esiste più. A 5 chilometri dal confine con il Pakistan, è stato completamente cancellato dalle carte geografiche. «Qui - dice - non verrà mai nessuno. Dopo tre giorni cominciamo a vedere qualche militare. Di noi musulmani - aggiunge amareggiato -, non si occupa nessuno».
La questione della minoranza musulmana in Kashmir è un nervo scoperto in India. Sono stranieri in un Paese indù, cittadini di una regione contesa da India, Pakistan e separatisti. Il governo di New Delhi li accusa di non fare l’interesse della madre India nel recupero della regione. «Poiché siamo del Kashmir - spiega un giovane di 26 anni - nessuno si interessa a noi. Per loro siamo tutti dei terroristi, a prescindere da quello che facciamo. Siamo nelle mani di Dio».
E le critiche montano anche sul numero dei morti. Gli ultimi dati del governo locale parlano di oltre 4.000 morti. New Delhi insiste che sono 700. «India o Pakistan - dice Najmul Islam, un chierico musulmano kashmiro -, per noi è lo stesso. A noi interessa vivere in pace, ma nessuno ci vuole, ecco perché non sono venuti ad aiutarci subito. Per loro - continua -, uno in più o uno in meno non fa differenza. Per loro siamo sempre e comunque di troppo».
Domenica notte i terroristi separatisti, approfittando dell’emergenza terremoto, si sono accaniti contro gli indù presenti nella zona sterminando intere famiglie. Poco dopo, il consiglio del Jihad ha annunciato una tregua per permettere l’arrivo dei soccorsi.