«Siamo un po’ matti Diciamo vergogna ai potenti del mondo»

Il capocomico Claudio Misculin: «Forse smuovo l’opinione pubblica solo nel finale»

Matteo Failla

La rassegna teatrale Da vicino nessuno è normale - organizzata dall’Associazione Olinda con il contributo del Settore Giovani del Comune di Milano – è ormai giunta alle battute finali, ma sul palco allestito negli spazi dell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini vi è ancora spazio per un grande protagonista del teatro e della cultura italiana: Claudio Misculin, assieme ai matt-attori dell’Accademia della Follia, porterà infatti in scena questa sera il suo Teste Perse-Un corpo alla follia. Protagonista dello spettacolo - un po’ soggetto ed un po’ oggetto del testo - il capocomico della compagnia Livio Struja, che dirigerà sul palco 12 attori «a rischio» nella riproposizione «liberamente ispirata» della sua vita: Livio è entrato in manicomio a 12 anni, ma per motivi di indigenza, ed il primo trattamento terapeutico a cui è stato sottoposto è stato l’elettroshok.
Dopo tutti questi anni di esperienza nel Teatro della follia le chiedo un resoconto: il suo impegno smuove veramente l’opinione pubblica? «Assolutamente no - spiega Claudio Misculin - forse si limita a farlo nel momento dell’applauso finale. Qualcuno viene sempre a chiedere come possa sostenerci, ma tutto va poi a finire nel nulla, spesso per colpa dei passaggi burocratici. Trent’anni fa forse riuscivo a smuovere qualcosa, come quando portai in scena un’anoressica che vomitava dal vivo, o quando meravigliosi critici teatrali facevano recensioni sui lavori di MisCultin senza averli mai visti. Oggi ciò che propongo è ormai moda: per questo ho iniziato ad andare anche in Tv e a guadagnare qualche soldino».
Il suo però non è teatro-terapia...
«Certamente no. Faccio con i miei matti dell’Accademia ciò che uno psichiatra fece con me trent’anni fa: mi buttò su un palco assieme a un improvvisato regista accompagnatore. È un discorso di necessità reciproca: io mi prendo cura del malato e lo uso per i miei lavori teatrali, lui invece usa me. Io non curo, mi prendo cura. Da megalomane quale sono mi immaginavo una volta di poter creare una rete mondiale di Accademie della Follia: una volta ne avevo 6, ora solo due fisse. Quella di Trieste, che ha come capocomico Livio Struja, protagonista di Teste perse, e quella di Ferrara, dove operano un capocomico più matto di me, Gabriele Palmano (che a breve proporrà un nuovo spettacolo), e una importante direttrice, la dottoressa Elena Bruni, che sopporta le nostre pazze idee».
«Teste perse» è uno spettacolo che racchiude differenti e molteplici messaggi.
«È vero, possiamo farlo perché prendiamo spunto dall’esistenza del nostro Struja, che nella vita ha fatto di tutto, anche il frate ed il mercenario, ma che la sanità nazionale ha etichettato come invalido al 100 per cento. Faremo accenni alla legge 180, ma anche alla guerra e al ruolo dei soldati e dei potenti del mondo, ai quali diciamo un semplice “vergogna”».
Se ne discute spesso, secondo lei la legge 180 ha fallito?
«No, è solo stata tradita dalla psichiatria che non ha mai abbandonato l’idea di scienza. Gli psichiatri devono capire che la loro non è scienza: il loro ruolo per me è quello di “sbirri in camice bianco”, come cantiamo sotto forma di canzonetta rock nello spettacolo. Purtroppo posso solo constatare che il segnale lanciato dalla legge 180 poteva avere una ricaduta ancor più concreta».