«Siamo pronti a lanciare testate nucleari»

Ma la Casa Bianca non cede al ricatto: premerà per dure sanzioni. Anche Pechino d’accordo

Marcello Foa

La minaccia è solo sussurrata, ma fa rabbrividire. La Corea del Nord sarebbe pronta a lanciare missili con testate nucleare o perlomeno è quel che avrebbe dichiarato dalla Cina un non meglio precisato funzionario del regime, citato dall’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap. Il governo di Pyongyang tace, non conferma, ma nemmeno smentisce. Lascia che queste voci si diffondano, alzando ulteriormente la tensione, per costringere gli Stati Uniti ad avviare colloqui diretti e a sospendere le sanzioni finanziarie varate di recente. Quell’anonimo funzionario lo avrebbe detto esplicitamente: «Tutto dipende da Washington». Se Kim Jong-Il non otterrà quel che chiede si creerebbe «l’infausta situazione in cui la Corea del Nord lancerebbe missili con testate atomiche».
Ma è improbabile che Bush ceda al ricatto. Qualunque concessione in questo momento sarebbe catastrofica, perché creerebbe un pericoloso precedente inducendo altri regimi nemici ad usare la stessa tattica. L’America non si smuoverà di un centimetro; anzi, premerà ancor di più sul Consiglio di sicurezza dell’Onu affinchè approvi nuove sanzioni; tanto più che gli esperti statunitensi sono persuasi che l’avvertimento nordcoreano sia in realtà un bluff: Pyongyang possiede bombe atomiche e anche missili a media-lunga gittata, ma non la tecnologia necessaria per abbinare le une agli altri.
Di certo il test atomico ha compattato la comunità internazionale. Non una sola voce si è alzata in difesa di Kim Jong-Il. L’altra novità della giornata è che persino Pechino, sua tradizionale alleata, si è pronunciata a favore di «azioni punitive» e dunque di nuove sanzioni, anche se verosimilmente meno dure di quelle suggerite dagli Stati Uniti. L’ambasciatore cinese all’Onu ha chiesto «una risposta ferma, costruttiva, appropriata e prudente». In ogni caso no a un’azione militare, che d’altronde nemmeno Bush sembra considerare. Sulla stessa linea la Russia: il ministro della Difesa Sergei Ivanov ha definito l’esperimento dell’altro ieri «un colpo terribile per gli accordi di non proliferazione».
E intanto il Consiglio di sicurezza dell’Onu lavora a una nuova risoluzione: ci sarebbe l’intesa su un testo che prevede ispezioni su tutti i cargo in entrata e in uscita dalla Corea del Nord allo scopo di intercettare materiale militare. Il Giappone vorrebbe misure ancor più stringenti, in particolare vorrebbe che i Quindici grandi del Palazzo di vetro lasciassero aperto uno spiraglio all’uso della forza, ma difficilmente otterrà soddisfazione, perlomeno non ora.
Le bizze di Kim Jong-Il destano preoccupazione in tutto il mondo (anche in Italia, dove la Farnesina ha convocato l’ambasciatore nordcoreano), ma soprattutto nella Corea del Sud. Il ministero della Difesa di Seul ha riunito i vertici militari e ha messo in allerta 650mila soldati.
Il presidente Roh Moo-Hyun, che fino a pochi giorni fa sosteneva la necessità di un approccio distensivo, addirittura solare nei confronti del governo stalinista del Nord, ora propende per la linea dura e annuncia un atteggiamento «severo, ma calmo». Ritiene che «la prossima carta che Pyongyang giocherà se le cose dovessero peggiorare è di minacciare la guerra, come fece nel ’93-94 quando dichiarò di voler trasformare Seul in un mare di fuoco». E fa appello all’unità nazionale, dando lui stesso l’esempio: ieri ha convocato i suoi tre predecessori e i capi dell’opposizione.
La vicenda del test, peraltro, continua presentare qualche punto oscuro. Che un’esplosione nucleare ci sia stata sembra quasi certo, ma di quale potenza? I sudcoreani ritengono che solo tra qualche settimana si potrà formulare una stima precisa. I giapponesi ritengono che sia stata di quattro kiloton, pari a un quarto di quella di Hiroshima, ma secondo la Cia potrebbe essere di molto inferiore, forse solo di mezzo kiloton. Più che una bomba, una bombetta.