Siamo quelli di sempre, speriamo di divertirci

di Tony Damascelli
Incomincia il campionato delle partenze intelligenti. Sono partiti Sanchez (Barcellona), Pastore (Paris Saint Germain), Eto’o (Anzhi), più altri viandanti minori. Roba grossa, comunque. In cambio sono arrivati furgoni carichi di denari e articoli di football ordinario, nel senso di calciatori. Sono arrivati anche gli americani, addirittura a Roma, la cosa ha prima riempito di entusiasmo la tifoseria e le istituzioni capitoline, con sventolio di bandiera yankee, dopo ci si è resi conto che l’operazione è più di immagine che di sostanza anche perché la comitiva di Boston, non potendo impegnarsi di proprio, ha chiesto alla banca Unicredit prestiti e fidi per fare Roma più bella e più grande che pria. Ma basta e avanza per eccitare il popolo pallonaro, basta uno stadio nuovo, quello di Torino ancora senza nome, per far sognare gli juventini che vivono di incubi e amarezze, basta un uruguagio di cognome «friulano» arrivato per caso e per telefonate di parenti e amici, per rincuorare gli orfani di Mourinho e di Eto’o, basta Inler mascherato da o’ lione per far credere ai napoletani che il miracolo di san Gennaro De Laurentiis può realizzarsi, bastano due vittorie per 1 a 0 su Far Oer e Slovenia per portarci alla fase finale degli europei e segnalare il fatto, a livello statistico, come storico.
Di colpo il mezzo miliardo di debiti dei nostri club viene dimenticato o messo da parte per far posto al gioco, al pallone, alla partita, ai tre punti veri, ai pronostici e alle scommesse.
Si incomincia con Milan Lazio che, stando a quelli che hanno letto i fondi del caffè e dei giornali, saranno due protagoniste del torneo. Il Milan perché campione, perché è quello che conoscevamo, più robusto, più efficace, più maturo, più squadra, più club, la Lazio perché «diversa», disegnata in modo opposto rispetto al suo ultimo identikit tattico, con Cissè e Klose che sono attaccanti di cifra più alta, come esperienza internazionale, rispetto a Floccari, Rocchi e all’ex Zarate ma rischiano di non essere complementari, essendo il francese un contropiedista e il polaccotedesco un centravanti d’area. Resta il dubbio, anzi la preoccupazione, di partire in grave ritardo, anzi ultimi rispetto al resto della comitiva europea che conta: Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Germania. I capricci sindacali, l’egoismo dei dirigenti, la fragilità del governo calcistico ci impediscono di crescere come la storia del nostro football, con quattro mondiali in bacheca, esigerebbe. Il campionato italiano non è più l’isola del tesoro, nemmeno un’isola di approdo felice. Si è intossicato, si è impoverito, si è autodistrutto, si è falsificato, due campi di gioco (Cesena e Novara) saranno sintetici quasi fossimo in Islanda o nel Sahara, si è depresso se ancora i combattenti puri e duri de l’Espresso hanno intervistato, da repertorio di fine estate, Zdenek Zeman ma non per discutere le idee di gioco del siculboemo, le sue lezioni tattiche, comunque interessanti e didattiche, o i ripetuti insuccessi, comunque curiosi (sei esoneri, compresa Turchia e Jugoslavia, una retrocessione, sette divorzi a fine stagione) ma l’hanno interrogato, ecco lo scoop del settimanale, sul calcio italiano corrotto, dopato, incompetente, conservatore, reazionario. Siamo quelli di sempre. Eppure la voglia del pallone non cambia, si trasforma semmai, la televisione ci offre lo spettacolo restando a casa, mancano il profumo dell’erba tagliata, della nebbia, dell’ultima calura estiva, ma dobbiamo farci una ragione, il salotto e il bar sono il nuovo stadio niente affatto virtuale, mille volte più confortevole di certe discariche dove mettiamo a rischio la giacca e la vita. Il Milan, come detto, è tre metri sopra il prato, le altre stanno in coda, sparpagliate, Inter e Napoli tra le prime, poi Lazio, Roma, Fiorentina, Udinese, Juventus, tutte nel gruppetto delle inseguitrici ma non attrezzate, nonostante la propaganda stia distribuendo volantini e almanacchi profumati, per competere con i campioni d’Italia. E con i campioni del mondo ancora in carica. Proprio così. Non è passato nemmeno un anno ma l’Inter sembra un’altra cosa, ha cambiato allenatori, due, ha perso il suo miglior calciatore, non potrà utilizzare, per sbadataggine, quello chiamato a rimpiazzarlo, insomma è la pazza Inter del precalciopoli. È il campionato che ci porterà alla fase finale degli Europei in Polonia e Ucraina. Speriamo almeno di divertirci. Meglio non correre con la fantasia. Palla lunga e pedalare.