Siamo secondi al mondo per arrivi di immigrati

Marzia Paolucci

da Roma

Italia, immigrazione. È un’equazione ufficializzata dalla classifica americana del Population Reference Bureau. Il dipartimento statunitense che studia i flussi della popolazione mondiale, ci ha assegnato il secondo posto in termini di immigrazione, subito dopo gli Stati Uniti.
Non c’è male per un Paese dal decrescente tasso di natalità e dove molti «figli di mammà» del meridione rifiutano posti da tecnico specializzato con tanto di casa e incentivi in fiorenti realtà industriali del ricco nord-est. Dati su cui riflettere soprattutto dopo la recente riforma del diritto di cittadinanza (occorreranno solo cinque anni per ottenerlo) varata dal Consiglio dei ministri.
Dopo gli Stati Uniti dove arrivano un milione di migranti l’anno, l’Italia si piazza seconda con (solo) 300mila persone l’anno che entrano nel nostro Paese e poi decidono di restarvi in maniera stabile. Il che equivale a una proiezione statistica di tre milioni di abitanti in più tra dieci anni. La popolazione complessiva della penisola sarà pari a 62 milioni, per la gioia di demografi e teorici ambientalisti dello sviluppo sostenibile del pianeta.
Scorrendo le pagine fitte di dati e grafici dello studio, scopriamo che, tutto sommato, nel Vecchio continente, per ora, noi italiani non siamo così tanti se paragonati agli 82 milioni di tedeschi. Se la passano decisamente meglio gli svizzeri, lontani dai flussi migratori, con una popolazione di 7 milioni di abitanti, o i cechi con 10 milioni di abitanti. Isole felici, ma solo per il momento.
L’analisi dei dati non si ferma al puro elemento migratorio, è anche qualitativa. Secondo lo stesso studio americano l’Italia figura al 12,7% di povertà relativa, contro il 18,8% della Russia e il 6,4% della Norvegia. In termini di nascite la situazione è nota da tempo: solo dieci ogni mille abitanti, per giunta compensate da altrettante morti: cosa che senza saper far di conto produce un tasso di crescita demografica pari a zero. I dati Istat inoltre hanno certificato da tempo che una quota considerevole di nuovi nati in realtà proviene da coppie straniere. Nel Vecchio continente Francia e Germania non stanno molto meglio: ferme allo 0,1 per cento la prima e allo 0,4 per cento la seconda. Un dato generalizzato per tutta l’Europa Occidentale dove lo zero è seguito al massimo dal +5% del Liechtenstein. Uno Stato minuscolo che non è certo in grado di far salire il coefficiente complessivo dell’Europa.
Se lo studio del Population Reference Bureau può essere sconfortante, un’occhiata alle proiezioni delle Nazioni Unite ce ne dà ulteriore conferma. Gli esperti dell’Onu prevedono infatti che, entro il 2050, la popolazione europea si sarà ridotta di ben 75 milioni dai 730 attuali. La causa del fenomeno è il tasso di natalità estremamente basso caratteristico dei Paesi più ricchi dell’Europa e dell’Asia con 127 milioni di abitanti nel solo Giappone. E se la crisi demografica ne generasse una economica? Il timore, assicurano le Nazioni Unite, c’è. E si chiama riduzione del mercato potenziale delle regioni interessate in percentuale tale da impedire ogni crescita commerciale. Niente di più? Aspettate a parlare perché da noi chi oggi dibatte aspramente su maglie di allargamento e di restrizione dei flussi migratori, legge Bossi-Fini e capienza di centri di permanenza temporanea al limite della capacità, potrebbe addirittura rivalutare i benefici effetti dell’immigrazione. Parola di esperto: il padre del nostro studio, Carl Haub, il professore di demografia che l’ha condotto, ha una teoria che non incontrerebbe i favori di tutto lo schieramento politico. Per lui, infatti, l’immigrazione sarà in futuro «davvero necessaria se si vorrà mantenere un livello normale di popolazione in Europa». Una constatazione di fatto che però incontra le resistenze della politica. In Europa e negli Stati Uniti, infatti, si studiano ingressi di immigrati programmati.