Ma siamo sicuri che Blair è cattolico?

Mario Palmaro

Tony Blair di qui, Tony Blair di là, bravo bravissimo, di qualità! Come di fronte a un novello Figaro, è scoppiato l’amore di un certo mondo cattolico per l’ex primo ministro inglese. Motivo? Pare che Blair voglia convertirsi alla Chiesa di Roma. Però c’è una questione che non ci convince. Va bene plaudire all’aplomb britannico di Tony, il quale maneggia questa conversione quasi si trattasse di nitroglicerina: va avanti da anni, piano piano, senza dire ancora sì o no, per non irritare la Chiesa anglicana rischiando di sconvolgere le tradizioni della Corona d’Inghilterra.
Ma il punto cruciale è un altro: un uomo politico, e che ha governato una nazione importante, va giudicato in ragione della casacca che indossa, o piuttosto sulla base di ciò che fa? Detta brutalmente: Blair è bello e buono se diventa cattolico; e invece brutto e cattivo se rimane anglicano? Si tratta di capire che cosa vuol dire convertirsi per un uomo che ha esercitato il potere pubblico ai massimi livelli. Un uomo al quale la legge degli uomini e la legge di Dio affidano un compito appassionante e terribile: promuovere il bene comune. Perché governare, fare alleanze politiche, gestire una nazione, scrivere leggi significa in una sola parola questo: lavorare per il bene del tuo popolo. Ora, qui bisognerà intendersi una volta per tutte: Tony Blair o Angela Merkel, Romano Prodi o Luis Zapatero, non meritano dieci con lode o quattro in pagella in ragione della fede che professano, o che non professano.
Il voto dovranno guadagnarselo sul campo. Altrimenti certi battimani un po’ infantili per il Blair che si converte servono solo ad aumentare la confusione nello stesso accampamento cattolico. Alimentando quel mostro concettuale che è il «prodismo clericale»: cioè l’idea - che tanti danni ha fatto e continua fare al nostro povero Paese - in base alla quale Romano Prodi «è uno di noi, è cattolico, va a messa la domenica, ergo va votato». Un’assurdità che copre come un velo pietoso le contraddizioni e gli svarioni infilati dal nostro uomo in tutti gli snodi etico-giuridici più clamorosi, dalla fecondazione artificiale alle coppie gay, passando per l’aborto.
Ora, si dà il caso che la Gran Bretagna del «convertito» Tony Blair sia oggi uno dei Paesi più permissivi al mondo in materia di manipolazioni sulla vita umana. Apripista dell’aborto legale nel 1967 con l’Abortion Act, l’Inghilterra è la patria della fecondazione artificiale, che è stata disciplinata con generosa larghezza nel 1990. È nella terra di Albione che negli anni Ottanta fu inventato dal Comitato di Lady Mary Warnock il concetto di pre-embrione, funzionale a dare il via libera all’uso di esseri umani come cavie di laboratorio.
Ora, non risulta che Blair abbia mostrato segni di un pur pallido ripensamento su questa linea, che è lontana anni luce dalla dottrina sociale della Chiesa in campo bioetico. Nulla ha fatto o ha detto quando era un potente e popolarissimo primo ministro; nulla ha detto o fatto ora, che sembra avvicinarsi alla sua «conversione». Intendiamoci: non è che per riconoscere l’umanità del concepito ci voglia il battesimo o la fede cattolica. Però, mister Blair, un pochino di coerenza, please. Perché qui sta il nocciolo della questione: se Blair desidera abbracciare sinceramente il Credo cattolico, che qualcuno spieghi a lui e ai suoi fans che non si tratta di iscriversi al Circolo degli amici del Bridge, o al Club dei politici golfisti. E che sarebbe segno di una vera conversione ascoltare Tony Blair che sconfessa pubblicamente quegli atti e quelle leggi che, obiettivamente, fanno a pugni con la sua nuova fede.
Thomas Stearns Eliot, inglese e cattolico, aveva ben compreso che la cosa più importante per un politico è la capacità di pensare e agire secondo categorie cristiane, anche senza esserlo: «Un uomo di Stato - scrive Eliot nel ’39 - scettico o indifferente che operi in un quadro di riferimento cristiano potrebbe essere molto più efficace di un uomo di Stato praticante costretto a conformarsi a un quadro di riferimento secolarizzato». Ogni riferimento a fatti e personaggi reali è puramente voluto.