SIAMO TUTTI GARANTISTI

A ben vedere, in tutta questa storia del Genoa un lato positivo c’è: la scoperta del garantismo da parte dei genovesi. L’abbiamo già scritto, ma con il passare dei giorni il fenomeno sta assumendo dimensioni sempre più notevoli: non c’è bar, autobus o mercato dove non si parli di «giusto processo», di «diritto costituzionalmente garantito ad essere giudicati serenamente», di «gogna giudiziaria a cui non può essere sottoposto un cittadino» e di «doveroso rispetto dei diritti degli imputati».
Se davvero la difesa di Preziosi - a dispetto della clausola compromissioria, dei precedenti specifici in materia di illecito sportivo, della legge 280 e della sentenza del Tar del Lazio - ha ottenuto un risultato è proprio questo: aver istillato in città, anche fra i giustizialisti più accaniti, l’amore e il rispetto per le garanzie processuali. Che la Figc andasse avanti per la sua strada, nonostante Vigotti, e che nei calendari non ci fosse nessuna «x» era ampiamente prevedibile da chiunque abbia letto un codice sportivo. Meno prevedibile era che iniziassero a parlare di giusto processo personaggi che scendevano in piazza applaudendo gli avvisi di garanzia ai tempi del pentapartito; forcaioli impenitenti che chiedevano la pena di morte per Bettino Craxi e l’ergastolo per Silvio Berlusconi solo sulla base di un articolo di Repubblica o di Micromega; o durissimi difensori della morale pronti a sostenere che Claudio Burlando non dovrebbe fare più politica perchè anni fa è stato arrestato, peraltro ingiustamente.
Ecco, se davvero tutto quello che si è visto e sentito in questi giorni fosse servito a far capire a tutti i genovesi che la giustizia, quella penale, è una cosa seria e che non si scherza con i diritti dei cittadini, questo sarebbe un grandissimo successo. Qualcosa degno di una città, questa sì, di serie A.
In particolare, sarebbe un successo a Genova, città che ha dato i natali a un signore che della giustizia ingiusta e della persecuzione giudiziaria è qualcosa di più che un simbolo: Enzo Tortora. Marchiato ingiustamente con l’etichetta di «cinico mercante di morte» e ucciso da quella giustizia ingiusta. Senza che Genova si ribellasse, anzi. Oppure, anche senza scomodare il peggior caso di malagiustizia, basterebbe ricordare la storia recentissima di un ragazzo albanese accusato del peggiore dei reati: violenza sessuale ai danni di una minore. Il giovane è finito in galera, poi si è scoperto che non era vero nulla ed è stato messo fuori dopo essere stato sbattuto in prima pagina come un mostro.
All’albanese nessun genovese ha chiesto nemmeno scusa. A Tortora Genova non è stata capace di dedicare nemmeno una via. Ora, finalmente, siamo tutti garantisti. Siamo in A.