Siamo tutti relativisti

Succede che a un certo punto di questa vita, e soprattutto di questa epoca, una persona non si sente più disposta a ridiscutere daccapo di ogni cosa. È una forma di intolleranza, certo. Ma opporsi al famoso relativismo del quale peraltro non se ne può più (lessicalmente) forse significa anche non dover rimettere più in discussione pilastri e conquiste della civiltà occidentale che non sono solamente Dio e Patria e Famiglia. Nel momento in cui per esempio il direttore di Tempi mi definisce sul Giornale dell’altro ieri «conformista zapateriano pansessualista», e ribadisce che l’omosessualità sia un fattore solo psicologico e non naturale, e dice che, se l’omosessualità non è più riconosciuta come malattia, è solamente per via delle pressioni delle lobbies gay americane, e sostiene che i rapporti uomo-donna siano ormai una minoranza culturale, io, per esempio, non mi limito a pensare che io e lui abbiamo opinioni diverse: penso che la mia opinione sia decentemente giusta e la sua pericolosamente sbagliata, che il vero relativista fuori dalla mia civiltà sia lui, e non mi metto ad argomentare: perché l’ha già fatto l’Occidente, la Storia, il progresso e la famosa scienza. Non una lobby gay americana.