«Siamo come il varietà di una volta Ma scopriamo i comici di domani»

MilanoJovanotti che si fa prendere in giro da Checco Zalone. Sabrina Ferilli, mamma coatta e aspirante suocera del tragicomico tronista Claudiano, alias Claudio Bisio versione troglodita platinato e palestrato. Aldo Giovanni e Giacomo che, undici anni dopo, tornano a calcare il palco di Zelig. L’ultima puntata del cabaret di Canale 5, sinora seguito da sei milioni di telespettatori, con il 25 per cento di share, si annuncia ricca di guest star. Un classico finale con il botto: «Finale mica tanto... A gennaio ci saranno quattro puntate di Arcizelig», anticipa Michele Mozzati, che con Gino Vignali e Giancarlo Bozzo è l’anima delle serate agli Arcimboldi.
Secondo lei, signor Mozzati, chi sarà ricordato tra i talenti di quest’anno?
«Il discotecaro Jonny Groove è emerso in modo prepotente. Pochi sanno che nella vita reale Giovanni Vernia è un ragazzo coltissimo, un ingegnere, però gli piace andare a ballare e osserva oggi, osserva domani, ha trovato lo stereotipo del rimbambito dalla musica a volume alto, fuso più dalla vita che dalle droghe. Oggi puntiamo molto più sui personaggi che sui tormentoni».
Forse anche per questo, e non solo per vincere la battaglia dell’auditel, avete rilanciato alcuni vecchi nomi, come Gioele Dix, Bertolino, Finocchiaro...
«In realtà, Zelig è un gruppo di vita, un modo di essere, una filosofia che gira intorno al locale di viale Monza e non si ferma alla Tv. Non è una macchina per fare soldi, nasce prima come modo di stare insieme e concepire lo spettacolo. Lo stesso Bertolino è un socio di Zelig. La Finocchiaro è di casa. Giovanni e Aldo hanno fatto trio con Giacomo proprio da noi in viale Monza. Mi spiego meglio. La partecipazione di Jovanotti, lunedì, è all’insegna della simpatia, perché mi ha detto: “Vengo a Zelig se non promuovo niente e non canto canzoni”. E invece ha cantato per fare un piacere a Vanessa, che si è anche commossa. Stiamo nella sana tradizione del varietà televisivo di un tempo».
Arcimboldi, secondo anno: quel teatro vi condiziona?
«Ha dei grandi pregi e anche difetti, è più dispersivo rispetto al tendone, dove nel retropalco si bivaccava neanche fossimo la Comune parigina, e ha anche un’ufficialità che ci ha divertito. Ci piace questo muro di gente davanti al palco, credo che per un altro anno ci saremo ancora».
Quindi Zelig si rifà?
«È sicuro, forse non il prossimo autunno, ma un po’ più in là. Come sempre sarà preceduto da Zelig-off per trovare dieci o quindici nuove leve».
Siete stati uno dei programmi più visti di una stagione complicata...
«Ed è stata una delle edizioni più apprezzate, anche se la Rai ha controprogrammato due trasmissioni che tagliavano la testa e la coda del nostro pubblico. L’Isola, il reality, cattura gli spettatori più semplici e meno attendibili culturalmente. Il commissario Montalbano richiama le età più elevate, insomma una tenaglia studiata molto bene. Quando Valeria Marini è stata catapultata in Honduras, abbiamo capito come buttava. Ma resto dell’idea che non si possa confrontare il lavoro di un reality con quello di 30 artisti che si esibiscono davanti a 2.500 persone paganti. È come paragonare un cappello alle mutande».
Ci dà un’idea dei numeri di comici che fanno i provini?
«Non so dire quali siano i numeri esatti, forse uno su cento ce la fa, non tanto ad arrivare a Zelig, ma a fare il comico. Ci ho provato anch’io, a meno di vent’anni, e mi sono accorto che non avevo autorità. Zelig è come un termometro per le nuove generazioni, provina i comici e i più adatti vengono aiutati a crescere».
Gino e Michele e Bozzo scrivono i testi di tutti?
«Non ne scriviamo più da anni. Studiamo la successione delle scene, proponiamo delle tematiche, ma la stesura del singolo testo è una cosa tra il comico e il suo autore di riferimento».
La satira in quanto tale sembra in declino, tra la Cortellesi che non fa ascolti e Crozza meno incisivo degli anni scorsi, quando aveva inventato il «ma-anchismo» di Veltroni...
«La satira è una cosa di stomaco, se non ti viene bene rischia di diventare un trattato politico, mentre l’obiettivo primario resta fare ridere».